Istruzioni per gli Angeli

Ecco qua alcune brevi «istruzioni per l’uso», a commento della sezione ANGELI (e colgo l’occasione per ringraziare la casa editrice Frassinelli, che ha concesso a anima.tv di utilizzare alcuni brani di un mio recente libro sull’argomento). Con il link che trovate qui sotto, potete scoprire quali Energie angeliche agiscano in ciascun giorno dell’anno, e in che modo le Energie del giorno in cui siete nati determinino certi aspetti della vostra personalità, dei vostri naturali talenti, della vostra vocazione, a voi già nota o magari ancora segreta. La fonte di queste corrispondenze tra i giorni e il destino si trova nelle tradizioni della Qabbalah, antiche e densissime; e appunto in queste tradizioni vorrebbe spaziare il mio blog. Ciò che ne dirò qui sarà molto semplice, vi garantisco; ma, naturalmente, «molto semplice» non significa molto facile.

Come forse vi sarete già accorti nelle vostre personali ricerche spirituali, le cose semplici sono spesso, per la moderna mente razionale, le più complicate.

E a mio parere c’è un solo modo di scoprirle, di intenderle meglio: non aver paura di diventare anche noi più semplici, più intuitivi, più liberi dalle nostre complicatissime abitudini di pensiero. Non aver paura di allontanarsi da quel che a molti, oggi, sembra vero, necessario, logico, o magari intangibile; non aver paura, soprattutto, della nostra capacità di sentire, scoprire, esperire semplicemente l’invisibile attraverso i simboli che lo narrano.

Igor Sibaldi

Igor Sibaldi
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39. GLI ANGELI DEI FILM E LA GHIMEL

Nella scorsa puntata dicevo che Galileo (nato un 15 febbraio) ERA un celeberrimo Manaqe’el. Anche nei ritratti angelici uso spesso così il verbo «essere», e voi sapete già perché: gli Angeli di cui parla la Qabbalah sono Energie, e in questo mondo l’unico modo per comunicare con loro è appunto esserle, farle essere nella propria esistenza.

Il che non significa che la nostra immagine tradizionale degli Angioletti custodi che ci stanno accanto sia sbagliata. Tutte le tradizioni religiose sono giuste, nel senso che descrivono tutte – in termini simbolici – qualche autentica realtà spirituale. E tutte le tradizioni religiose, inoltre, hanno quella nobiltà che deriva loro dall’essere molto antiche.

39_kaAnche la suggestiva immagine consueta degli Angeli (che per alcuni versi somiglia molto all’’Ay‘a’el di questi giorni) è antichissima. Le sue origini vanno cercate addirittura in Egitto: all’epoca delle Piramidi si riteneva infatti che ciascun uomo fosse accompagnato sempre da un suo KA, da uno «spirito» protettore e in qualche modo incaricato di sorvegliare la sua condotta.

Il KA era raffigurato, nei geroglifici egizi, come due braccia alzate (molto simili alle due ali dei nostri Angioletti) e così come tanti di noi credono che dopo la nostra morte l’Angioletto ci restituisca al Mittente, allo stesso modo gli Egizi insegnavano che il nostro Ka presenzia al giudizio che subiamo nell’Aldilà – la psicostasìa, o «pesatura del cuore», nella quale si decide se l’uomo debba essere premiato o punito per come ha vissuto. A questa base egizia si fuse poi, nell’Occidente cristiano, l’immagine greca delle Nikai, delle «annunciatrici» che, si diceva, precedevano i messageri incaricati di portare le notizie belle (operavano insomma ciò che oggi chiameremmo precognizioni) e venivano appunto raffigurate con lunghe vesti bianche e larghe ali.

Grazie all’influsso delle Nikai l’Angelo prese appunto il nome di Angelo – dal greco aggelos, «messaggero», mentre nella tradizione ebraica si chiamava «inviato» (malakh) o anche «individuo» (’ysh).

Un altro contributo importante alla nostra immagine tradizionale degli Angeli venne anche dalle culture ancestrali europee, nelle quali molti animali erano ritenuti MAESTRI dell’uomo, o sue guide soccorrevoli (si pensi agli animali magici delle nostre fiabe): ed evidentemente la vitalità di questo sostrato animistico spiega perché non sembri mai strano a nessuno che gli Angeli – certamente superiori a noi sulla scala evolutiva – siamo esseri IBRIDI, in parte umani e in parte uccelli. Tutte cose bellissime, e profonde ma, ripeto, DIVERSE da quell’idea di Angelo come Energia che può esistere e agire con la tua cooperazione.

Tale differenza è segnalata anche nei Nomi degli Angeli della Qabbalah. Quelle immagini alate, antichissime e contemporanee, attribuiscono tutte quante agli Angeli, in un modo o nell’altro, un corpo – sottile, eterico, spirituale quanto si vuole ma pur sempre un corpo. E guardacaso, l’unica lettera dell’alfabeto ebraico che non compare mai nei Nomi dei nostri Settantadue è proprio la Ghimel:

39_letg. In ebraico: Ghimel. Una g sempre dura. È il geroglifico della gola,e più in ge-nerale del corpo fisico, considerato come involucro dell’organismo e canale dell’anima.

Mentre l’Arcangelo Gabriele (il GBWR di ’EL, «l’eroe, l’uomo forte di Dio») porta orgogliosamente la sua G proprio perché le «missioni» di cui è incaricato riguardano tanto spesso i meravigliosi misteri del corpo umano, la fecondazione soprattutto, come ben sapete.

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19/02/09

38. IL SEGRETO DI CAINO

q. In ebraico: Qoph. Raffigura una scure, ed è il geroglifico del-la determinazione, del dominio; del comprimere, anche, e del nascondere in sé.

Tipi duri, i «protetti» dell’Angelo di questi giorni: sono quelli che gli americani chiamano ibullshit-detectors, capaci di riconoscere immediatamente e a colpo sicuro le ipocrisie, le menzogne e (quel che forse essi detestano più di tutti) i difetti di cui siamo già ben consapevoli ma che per pigrizia, indifferenza o debolezza non cominciamo mai ad eliminare. E dura, e connessa al nascondere, è anche la lettera Qoph, che svetta al centro del Nome di Manaqe’el. È l’iniziale di Qabbalah:

38_parolache nel linguaggio corrente significa sia «tradizione» sia «accoglienza», e in geroglifico «il tenere e preservare (Q) in luogo opportuno (B) tutto ciò che conduce in alto (L), verso l’aldilà (H)». È altresì l’iniziale di Caino, in ebraico QYN, che in geroglifico significa «Chi domina (Q) l’aspetto (Y) delle cose (N)». E qui bisogna proprio che vi racconti un segreto di Caino, patriarca assai vicino, in realtà, sia alla Qabbalah sia a qualsiasi forma di teologia coraggiosa. Caino viene solitamente ricordato come il primo assassino, come il capostipite dei malviventi, ma non fu affatto così. Vero è che non sopportava suo fratello Abele, e che lo uccise: ma chi era, o meglio chi è in ogni epoca Abele? Il suo nome era HBL, in geroglifico: «rendo invisibile (H) in luogo protetto (B) ciò che conduce in alto», e il libro della Genesiprecisa che era un «pastore», uno che tiene a bada le greggi. Era il prediletto del Dio-Signore, di YHWH, che sempre sembra amare chi tiene a bada gli altri. Caino invece, come sapete (v. la puntata 12), era un appassionato della ’adamah, dei nuovi territori della conoscenza: e quel fratello-pastore lo opprimeva, lo deprimeva, lo frenava… esattamente come in ciascuno di noi un ereditario bisogno di sicurezza, di conformismo, di sottomissione alla pastorizia opprime gli slanci del nostro desiderio di crescere. E ben presto Caino eliminò Abele, il che tutti dobbiamo fare in noi stessi, se vogliamo scoprire qualcosa di più di quel che ci è stato insegnato da pastori, preti, professori e da altri abeli del genere. Questi stessi abeli ci hanno spiegato che poi Caino si pentì e Dio lo castigò, ma anche questo è falso. Secondo le versioni consuete, dopo il fratricidio Caino disse a YHWH:

Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! Ecco, tu mi scacci da questo suolo e io dovrò nascondermi lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere.

Genesi 4,14

Ed è più o meno ciò che l’Inquisizione voleva che Galileo (un celeberrimo Manaqe’el) dichiarasse pubblicamente. Ma è una traduzione sbagliata. In realtà il testo qui dice:

Troppo grande è la mia disobbedienza, perché si possa purificare! Ecco, tu mi vieti ora l’’adamah, ma da te io mi nasconderò sempre, e fuggendo continuerò a esistere nell’’adamah, io, zoppo! E mi uccida pure, chi mi incontri!

Una risposta fiera, combattiva, specialmente se tiene presente che «zoppo» sia nella Genesi sia in altre tradizioni antiche, era sinonimo di «iniziato». E YHWH ne rimase perplesso, e disse fra sé la famosa frase:

«Se anche lo dovessero uccidere, questo Caino si rialzerà sette volte più forte!..» E YHWH mise un segno su Caino, perché chiunque lo trovasse non lo potesse colpire.

Genesi 4,15

Prese atto, cioè, del coraggio di Caino e della sua pericolosità per l’ordine costituito, e preferì fare in modo che non lo colpisse, perché le persecuzioni non rendessero i Caini ancor più forti e coraggiosi di quel che già erano. Poi, nel mondo, quel «segno» si perse e i Caini colpiti e bruciati sul rogo furono molti. Ma fortunatamente non sono mai mancati del tutto.

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14/02/09
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37. FUORI DAL PORTO

Il «porto», nel Nome di Damabiyah, è nelle lettere M e B: madre e padre, casa e famiglia, le norme e le istituzioni esistenti. La nave che dovrebbe, potrebbe salpare è nella D, che – ricordate? – è il geroglifico del diramarsi, dell’abbondanza che si dona a molti. DMB può essere la formula di chi, ampliandosi, donandosi agli altri, sa scoprire porti nuovi; oppure di chi, pur avendo tanto da dare, non riesce a uscire di casa. È precisamente il bivio dinanzi al quale stanno (e vi aspettano SEMPRE) tutti quanti gli Angeli Lunari, i donatori di circostanze, di occasioni.

Nel culto popolare degli Angeli (ben documentato già ai tempi di Gesù, e fiorentissimo poi nel Medioevo) vi era la convinzione che, se uno sa pronunciare bene il Nome di un qualsiasi Angelo, e conosce i suoi giorni di reggenza, e in quei giorni prova a recitare all’Angelo una preghiera o invocazione, e se riesce a recitarla con tutto il cuore e senza distrarsi, può poi dire a voce alta un suo desiderio e (di nuovo l’HEKA) l’Angelo gli concederà entro 24 ore occasioni splendide di realizzarlo. Occasioni, notate bene! Un incontro, un’intuizione, un ricordo improvviso, un’ispirazione precisissima – ma anche molto rapida, come sempre lo sono le occasioni migliori. E solo chi sarà abbastanza bravo da afferrarla al volo, vedrà il suo desiderio realizzato.

Molti dicono ancor oggi che sia vero; io, dalle esperienze mie e altrui, so che le probabilità di successo di questa tecnica sono abbastanza alte la prima volta, e calano poi notevolmente – soprattutto perché, a partire dalla seconda volta, il nervosismo con cui ci si guarda intorno in attesa dell’occasione impedisce di vederla. Ma non è questo il punto principale. Ben più interessante è il modo in cui Damabiyah, il primo degli Angeli Lunari, ti insegna quali saranno, sempre di nuovo, e comunque, le forze che ti impediscono di scorgere e cogliere le tue occasioni. M e B! Tanto che penso sia più utile, prima di tentare l’invocazione all’Angelo, approfondire un po’ le proprie M e B, in modo da sapere dove NON guardare quando cercherete.

Avete sicuramente presente il comandamento «Onora il padre e la madre». Tutti lo intendono come un’esortazione a sottomettersi alla generazione precedente, al passato cioè. Ma fateci caso: non dice «obbedisci al padre e alla madre!». Dice «onorali». Capiscili, stimandoli più che puoi: il senso di stima aiuta sempre a togliere resistenze e opacità, quando si guarda una persona per accorgersi di chi è davvero. Una volta «onorati» il papà e la mamma, e tutte le altre eventuali B e M della tua vita, sii te stesso, con occhi aperti, e coopera con Damabiah e gli altri Angeli, i quali dal canto loro non aspettano altro.

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9/02/09
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36. L’ARCHETIPO DELLA POLITICA

Ed ecco in questi giorni l’ultimo degli Arcangeli, Mekhiy’el: l’ultimo, naturalmente, in senso evolutivo, la tappa finale di quei modi di liberarsi dal passato, che avevamo cominciato a esaminare a Capodanno. Conduce verso la Gerarchia dei cosiddetti Angeli Lunari (dal 9 febbraio al 21 marzo, secondo le corrette «mappe» zodiacali), e compito generale degli Angeli Lunari sarà, come vedremo, favorire la concretizzazione delle energie e dei progetti celesti nel mondo degli uomini.

Vedremo anche cosa ciò propriamente significhi, dal punto di vista della psicologia antica: ma Mekhiy’el può già servirci da introduzione, da annunciatore. Come spiega il ritratto, è l’Angelo della politica: i suoi «protetti» hanno il dono di poter volare alti al cospetto dei contemporanei, indicando direzioni, calcolando e spiegando i mezzi per percorrerle. Si riconosce bene, in Mekhiy’el, quella che gli Egizi chiamavano la HEKA e che i dizionari traducono «magia»: ma era qualcosa di più, era il potere di togliere ogni distanza tra il dire e il far avvenire qualcosa. Era un dono degli iniziati, che nei Libri delle Piramidi, nel Libro egiziano dei morti, si esprime nella frase «io faccio sempre quello che voglio», attribuita a colui che, appunto, grazie all’iniziazione si è liberato dal suo passato e ha trasformato tutto il suo «piombo» personale in «oro».

È un’onnipotenza tutta speciale: pensateci! Quanti dei vostri conoscenti sanno ciò che vogliono davvero? E intendo dire: ciò che sono loro stessi a volere, e non il loro passato o gli altri. E quanti hanno il coraggio di focalizzare ciò che vogliono, al punto da poterlo dire, anche soltanto a se stessi, senza nessun dubbio? E soprattutto: quanti sanno che, in realtà, TUTTI FANNO e FANNO AVVENIRE SEMPRE QUELLO CHE VOGLIONO, ma non hanno il coraggio di accorgersene, di ammetterlo? Di certo, tutti quelli che sono ancora immersi a tal punto nel loro passato, da dire «io» a sproposito. Ebbene, il «protetto» di Mekhiy’el è chi si trova già oltre: conosce il potere della propria attenzione, e delle parole con cui può descrivere ciò che essa scorge. È libero nell’usarla, non si illude, non si inganna: vede il possibile, e ne coglie le vie. Al tempo stesso, le sue energie svincolate dal passato sono talmente ampie, che non potrà mai accontentarsi di esercitare questo suo potere solamente per se stesso: troppo ovvio, troppo poco! Avrà bisogno di tanti, di masse. Ed ecco le ragioni per cui, nel nostro linguaggio attuale, Mekhiy’el può venir presentato anche come l’Angelo della politica. Certo, non di tanti politici che conoscete, e che sono semplici amministratori, sepolti sotto valanghe inestricabili di passato (di errori, guai, compromessi, doveri passati). In queste puntate stiamo parlando soltanto in termini ideali, archetipici.

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4/02/09
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35. ALTRI RICCHI

Altra ricompensa promessa a chi prova a essere libero: un’irrefrenabile vitalità e abbondanza di talenti, e in primissimo luogo il dono di saper accumulare e usare il denaro. Il generoso ‘Anawe’el dona infatti il coraggio ditogliere il tabù sulla ricchezza: tabù terribile e perfido, che assume tante forme una più insidiosa dell’altra – dalla ripugnanza che i dilettanti di spiritualità provano nei riguardi del denaro, alle forme ossessive di accumulazione (quell’amore per i soldi che ti fa perdere la gioia, la serenità e alla fine anche l’anima), fino al famoso panico da capitale, che spinge tanta gente a sprecare il più in fretta possibile il denaro che ha, per potersi esaurire poi nello sforzo di guadagnarne ancora. Sono tutte espressioni di disarmonia e, anche, di viltà. Non per nulla, nei Vangeli, si narra che fosse proprio Giuda a tenere la cassa, quando Gesù e gli apostoli giravano predicando. E vi è un episodio molto interessante, riguardo a quella cassa: nel Vangelo di Giovanni (cap.12) si trova una versione non ben conservata, mutila e contraddittoria, dell’incontro di Gesù con la Maddalena (il Vangelo di Giovanni venne crudelmente tagliato e manipolato ai tempi di Tertulliano). La Maddalena, come si sa, era molto ricca, e una sera, con grande audacia, carezzò e baciò in pubblico i piedi di Gesù, ungendoli di profumo costoso.

35_maddGiuda obiettò che quell’unguento valeva almeno trecento denari e che sarebbe stato meglio venderlo e dare il ricavato ai poveri, invece di adoperarlo a quel modo. Potete facilmente immaginare, da questa obiezione, che tipo fosse Giuda: severo, rigoroso, imbronciato, scarso di sorrisi, acido anche, ed evidentemente molto deciso a far colpo su Gesù – con conseguente gelosia per quella donna che gli si avvicinava troppo. Gesù rispose una frase che a molti suona strana: «Lasciatela fare… I poveri li avete sempre con voi. Me, non mi avete sempre».

E il significato di questa frase è ancor più sorprendente se si considera che (ne abbiamo tanto parlato nella scorsa stagione) tutte le volte che Gesù nei Vangeli dice «io», sta parlando del tuo «io» più grande. Dunque voleva dire che il tuo «io» più grande va trattato bene? Che se ami il prossimo come te stesso, sia tu sia il tuo prossimo avrete ottimo vantaggio dal fatto che tu impari a spendere per te stesso?

Non vedo altra interpretazione possibile. E d’altra parte Gesù era molto rimproverato, ai suoi tempi, perché spendeva troppo in feste:

Gli dicevano: «Perché i discepoli di Giovanni digiunano spesso, e così pure quelli dei farisei, mentre i tuoi mangiano e bevono tanto?» Gesù rispose: «Potete far digiunare gli amici dello sposo, quando lo sposo è con loro?»

Luca 5,33

Gesù era dunque assertore d’un atteggiamento verso la ricchezza, che oggi molti chiamerebbero «spreco» e altri, più saggiamente, «abbondanza». I suoi «miracoli» alimentari sono celeberrimi: Cana, le moltiplicazioni dei pani. Che straordinaria abbondanza e generosità! La sua esortazione a fidarsi della provvidenza, come i gigli e gli uccelli, lascia sgomenti oggi come duemila anni fa. Non aveva il tabù del denaro, e io credo fosse proprio perché poteva parlare del suo «io» come se fosse il tuo. Non aveva – e insegnava a non avere – quella che Carlos Castaneda chiama «importanza personale». Non pensava a se stesso come a forziere, ma come a una porta aperta. Chi si è liberato dal passato è precisamente così (e appunto perciò Gesù aveva troncato tanto nettamente con la famiglia): trova, ottiene, dà, confida, chiede, riceve, trova, ottiene, dà e via dicendo. E ciò vale, naturalmente, per tutte le forme di ricchezza – anche, ad esempio, per la ricchezza di sentimenti, di idee, di creatività, di conoscenza. Di certo si vive e si fa vivere molto meglio, così. Ma per arrivarci, sapete già qual è la condizione: bisogna staccarsi dal passato, da ciò che troppe volte hai visto fare a troppi altri.

P.S. Un consiglio di lettura, riguardo al principio dello spreco: Il limite dell’utile, di Georges Bataille, ed. Adelphi. Ai «protetti» di ‘Anawe’el piacerà di sicuro.

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30/01/09

34. I CONFINI DELLA LIBERTÀ

Via, lontano! Yehehe’el, YHH-’EL: «i miei occhi (Y) si aprono su mondi nuovi, su perenni scoperte (HH)». Se il mutismo di cui parlavamo nella scorsa puntata è punizione frequentissima per chi rimane attaccato al passato, ciò che annunciano invece Yehehe’el e i due Arcangeli seguenti è la ricompensa promessa a chi prova a diventare libero. Prospettive sconosciute, di cui oggi puoi sapere soltanto che non ne sai nulla: OGGI non ne sai nulla. E non perché qualche divieto te lo impedisca, ma perché così come sei oggi non lo potresti sapere comunque, non le vedresti, nemmeno se le avessi davanti agli occhi. Sei ancora troppo opaco, troppo al di qua di ciò che sarai domani: il che è del tutto normale, dato che la tua anima sta crescendo a considerevole velocità. Domani ne vedrai un po’ di più, esplorerai una prima H: e magari sarà proprio nelle persone che già conosci, che già ami, nei luoghi in cui vivi, nelle cose di tutti i giorni… ma era una bellezza, una radianza, un senso che fino a ieri non avevi notato mai. E più in là, anche domani, avrai un’altra H: saprai per certo, cioè, che il giorno seguente ti attenderanno altre sorprese luminose, altro stupore.

Sempre che, naturalmente, non ti spaventino quelle innumerevoli H nel tuo futuro. Una certa banalità popolare raccomanda di non «lasciare la strada vecchia per la nuova» appunto perché non si sa cosa ti aspetti più oltre. È la ragione principale per cui i libri di storia sono così noiosi: sempre gli stessi errori dei popoli, sempre gli stessi disastri e le stesse servitù, proprio per la paura dell’ignoto. E anche il Nome dell’Arcangelo di oggi può rivelarsi, allora, una punizione: «Io guardo (Y) e non vedo nulla (H), nulla di nulla (HH)» perché ho paura di non vedere più quel che vedevo prima. Conoscete qualcuno che dice o pensa così? La stessa banalità popolare lo conforta: «Chi si contenta gode» – ma non conosco nessuna attività umana, pubblica o privata (soprattutto privata) in cui questo proverbio si dimostri giusto.

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25/01/09
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33. LA SCOPERTA DELLE PROPRIE LEGGI

L’Angelo di questi giorni è scritto WMB-’eL, e il geroglifico WM (pronuncia: um, o anche om) significa «conformità»: «il legarsi (W) a un criterio d’ordine generale (M)». Vi si aggiunge una B, il geroglifico dell’interiorità e della casa: il che significa che quel criterio d’ordine è dentro di te, e serve a rendere consolidare il tuo modo di vivere. La tradizione attribuisce infatti anche questo compito agli Arcangeli: contribuire a far rispettare le leggi divine, intervenire nel mondo in modo che – per quanto gli uomini possano allontanarsi da ciò che è giusto – le loro vicende dimostrino sempre, alla fine, che il disprezzo della Legge produce guai. Guai fisici, o esistenziali, o psichici, o sociali, o ambientali, e via dicendo… E appunto perciò è risaputo che l’indole degli Arcangeli è severa, facilmente irritabile; si pensi a Gabriele, che fece diventare muto per nove mesi il sacerdote Zaccaria, solo perché aveva detto una frase poco rispettosa (Luca 1,20).

Il problema è: quale Legge? Dove è scritta? Un ebreo risponderebbe: nella Bibbia, nei 613 comandamenti dati da Mosè! Un arabo direbbe: nel Corano! E arabi ed ebrei sanno che quella loro Legge è scritta sia sul Libro, sia nel cuore di ogni uomo. Un cristiano avrebbe qualche esitazione, un po’ perché è raro che conosca i suoi Libri Sacri, e un po’ perché se ripensa ai famosi dieci comandamenti (che sarebbero poi i primi dieci di quei 613) si accorge inevitabilmente di non averli rispettati gran che. Non pronunciare il nome di Dio 33_proplexinvano; Non desiderare la roba d’altri; Non uccidere (senza alcun comma che permetta l’uccisione di animali)… Per non parlare poi di quel che i Vangeli dicono di fare o non fare: Non giurare fedeltà a nessuno; non chiamare nessuno sulla terra «padre»; non fare come gli ipocriti che vanno a pregare nei templi, ma prega da solo e senza che nessuno lo sappia; non preoccuparti del domani… E anche Gesù garantisce che questa è Legge, scritta nel cuore di ogni uomo.

«Sì, ma» obbietterebbe qualsiasi cristiano, «gli altri fanno tutti queste cose, e io devo smettere, io solo? E devo magari insegnare anche ai miei figli a smettere, il che sicuramente causerebbe loro problemi enormi?» (Tra i comandamenti di Gesù c’è anche «Non fatevi chiamare sacerdoti, non fatevi chiamare maestri», Matteo 23,8.10, e come la metteremmo con la scuola e il catechismo?). Ammetterete che non è un problema di poco conto.

E altro non è che un nuovo aspetto di quella possibilità di staccarsi dal passato, della quale gli Arcangeli sono i portatori. Gli altri a cui ci si adegua, e ai quali si obbedisce più che alle Leggi della propria religione, sono anch’essi passato. Ci si adegua a loro perché in passato si è sempre fatto così: così facevano i genitori, i nonni, i bisnonni. Già, ma qui la vostra eventuale voglia di essere liberi viene posta davanti a una scelta dura: puoi veramente togliere dalla tua vita tutti i ganci, i difetti, i traumi del tuo passato, solo se hai il coraggio di cercare, chiarire e seguire la tua Legge, quella che senti nel cuore, e non quella a cui sei stato addestrato. Se no, il Nome di Umabe’el può anche assumere un altro significato: WMB, «ciò che ti lega (W) è il tuo lasciarti avvolgere (M) dalle regole della tua casa e della tua patria (B)». E la punizione, spesso, è davvero quella di restare muti, come il sacerdote Zaccaria: muti dentro, con il cuore messo a tacere, e magari verbosi fuori, ma senza che le tue parole dicano mai veramente qualcosa di tuo, di nuovo, di vero.

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20/01/09

32. TSADE

ts. In ebraico: Tsade. La z sorda di «zio». È il geroglifico del cambiamento: del punto in cui qualcosa (una vicenda, un periodo, una vita, una dimensione) si risolve, finisce, e comincia ad assumere un nuovo significato, o nuove direzioni. Come una strada che giunge a un bivio.

Nel ritratto dell’Angelo di questi giorni si parla della Tsade come immagine dell’istmo, e poi della meravigliosa energia dell’infanzia. Riguardo al potere degli Arcangeli di distruggere il passato, aggiungo qui un riferimento alle Scritture: Isacco, Yitskhaq, deriva dal verbo «ridere», in ebraico tsakhaq. E ciò perché Isacco fu irresistibilmente connesso, da sempre, con le risate. Suo padre Abramo rise di nascosto, quando Dio (’Elohim) gli annunciò che gli sarebbe nato un figlio: Abramo infatti aveva allora novantanove anni e sua moglie Sara ne aveva novanta. «Stavolta ’Elohim l’ha proprio sparata grossa» pensò suppergiù il vecchio, «si è mai sentita una cosa del genere?» (cfr. Genesi 17,17). ’Elohim non ci fece caso. Di lì a poco venne anche il Signore (YHWH) a ripetergli quell’annuncio: gli apparve sotto forma di tre individui, decisamente arcangelici, e mentre questi tre discorrevano con Abramo, Sara ascoltò di nascosto e, questa volta, fu lei a ridere sentendo parlare di sua una gravidanza imminente. YHWH, più nervoso di ’Elohim, si risentì un poco. Il passo è bellissimo:

YHWH disse ad Abramo: «Perché Sara ride? C’è forse qualcosa di impossibile a YHWH?..» Allora Sara negò: «Non ho riso!» perché aveva un po’ paura. Ma Lui disse: «Sì, ha riso eccome».

Genesi 18,13

YHWH tenne il broncio per un po’, ma poi lasciò correre. E un anno dopo, Sara scese quel nome, Yitskhaq («Colui che fa apparire il riso») proprio in memoria di quel momento:

perché Sara disse: «’Elohim mi ha proprio dato di che ridere!»

Genesi 21,6

La vicenda è tenera e buffa, e contiene un altro segreto fondamentale per non lasciarsi bloccare dal proprio passato: riuscire a riderne, come Abramo e Sara seppero ridere dei loro lunghissimi anni di sterilità. E voi certamente sapete perché si ride, e qual è la profonda natura dell’impulso comico: è lo STUPORE. Si ride di ciò che ti sorprende. E ciò che ti sorprende è sempre, infallibilmente l’ACCORGERTI di qualcosa che prima non sapevi, non credevi, non ritenevi possibile. Dovete sapere che moltissimi rimangono perennemente bloccati dal loro passato, proprio perché hanno paura di accorgersi di essere diversi da quel che si erano convinti di essere. Hanno paura, perché pensano che sia un’emozione troppo forte. Non sanno, nessuno gliel’ha detto, che quell’emozione è molto forte, sì, ma produce il riso – e il riso è bellissimo. È una manifestazione di libertà (chi ride di una cosa, ride di quella cosa, e al contempo di se stesso, e degli altri, e di tutto: è libero, in quel riso), e ora voi lo sapete, a differenza di quei moltissimi.

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12/01/09
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31.UN ANGELO ALCHIMISTA

Harakhe’el, H-R-Kh. Il Nome indica chiaramente che quest’Angelo ha e dà il talento di incanalare, di far fluire, di trasformare (R) energie dei mondi superiori e interiori (H) in modo da farle fruttare nell’esistenza quotidiana (Kh). È ciò che facevano appunto gli alchimisti, quando applicavano la loro sapienza nel trasformare il piombo in oro. Se nella scorsa stagione avete dato un’occhiata al blog dell’amico Pascal Patruno, saprete perfettamente che i metalli, nell’alchimia, erano soprattutto simboli di nostre esperienze di vita: e che il «piombo» è ciò che in te pesa, sporca, avvelena e produce soltanto inerzia, mentre l’«oro» è il senso rivelato, il trionfo interiore, la conoscenza, l’irradiare della tua personalità. La trasformazione dell’uno nell’altro richiede appunto l’intervento della H, dell’invisibile o, come dicevano gli alchimisti, del «segreto». Ma anche la parola «segreto» era un simbolo, e indicava non un divieto di rivelare certe conoscenze teoriche od operative, bensì una particolare dimensione psichica e spirituale, nella quale tutto procede molto più agilmente e velocemente di quanto non avvenga nella mente razionale. Per trasformare il piombo del tuo passato in oro, e adoperare quest’oro nel presente, occorre che tu entri in quella «dimensione H», e ciò richiede due cose.

Innanzitutto, bisogna che tu diventi davvero la R (vi ricordate di IsRaele?). Bisogna cioè che tu la smetta, una buona volta, di identificarti con il tuo passato o con il tuo presente. Tu non sei né i tuoi errori passati, né ciò che oggi sai di te. Tu sei una porta e una via, sei libero, pronto a trasformarti in ciò che ancora non puoi sapere.

In secondo luogo, bisogna che Qualcuno ti aiuti. Chiamalo Angelo, chiamalo Dio, o Spirito Guida. Non sai chi è, sai solo che è in te, da qualche parte un poco più in alto di quella sensazione di libertà che abbiamo chiamato R. E questo Qualcuno comincia ad agire esattamente nel momento in cui ti senti così libero, e smette quando torni a identificarti in ciò che sai già.

È, questo, un modo di operare antichissimo (l’Alchimia è di origine egizia) e infinitamente affascinante; non per nulla C.G.Jung scrisse tanto di Alchimia e di simboli della trasformazione: aveva visto chiaramente che lo schema operativo della nuova psicologia ricalcava quei due punti. Sul divano dell’analista tu sei libero, e l’analista (che lo sappia o no) sta facendo del suo meglio per RAPPRESENTARE quel Qualcuno all’opera. Un tempo, invece che al divano, si ricorreva agli Arcangeli e alla preghiera: a volte funzionava e a volte no, proprio come l’analisi; ma quando andava bene, i risultati si facevano aspettare molto meno. Ora, come si «contatta» un Arcangelo l’abbiamo visto nella puntata precedente. Durante il contatto, provate a chiedere una trasformazione harakheliana con quella LIBERTÀ e quella FIDUCIA che vi ho appena detto. Nelle Scritture si garantisce: «Chiedete e vi sarà dato». Possibile che un Figlio di Dio raccontasse frottole su un punto tanto delicato, e tanto facilmente verificabile? Su, forza.

continua

11/01/09
Alchim!

30. COME SANTA LUCIA

Yeyale’el, che regna in questi giorni, è un po’ la Santa Lucia dell’Angelologia. Ha e dà il dono del vedere chiaro e lontano: un vero toccasana, per chi abbia cominciato a liberarsi del passato. A proposito di Santa Lucia, nella tradizione popolare catalana c’è una Madonna che le somiglia molto: la cosiddetta Madonna dai Begli Occhi, venerata in Catalogna, a Gerona – che, tra l’altro, fu in passato una delle capitali della Qabbalah, ed è la patria dell’amato Bernad-Thermes, in arte Haziel. Si chiama Madonna dai Begli Occhi perché pare conceda la grazia di vedere il mondo con ottimismo: di apprezzare molto ciò che è bello, e di non dar peso al brutto. Fate perciò una puntatina alla cattedrale di Gerona, se vi capita. Ne vale la pena.

Tornando a Yeyale’el, il suo potere visivo ha un significato molto speciale, direttamente connesso sia con la liberazione dal peso del passato, sia anche con la vostra personale possibilità di incontrare veramente un Arcangelo. Ora provo a dirvelo. Bisogna innanzitutto sapere che ogni Coro angelico ha, nella tradizione, un suo ben preciso colore delle ali. I Principati, per esempio, hanno il colore rosso. I Serafini, il violetto. I Troni, il grigio-mercurio. Gli Arcangeli hanno invece ali multicolori – e così vengono appunto raffigurati, spesso, nella pittura sacra. Multicolori sta a significare, in realtà, di TUTTI i colori, e indica un modo di percepire la realtà assai diverso da quello a cui ricorriamo di solito. Di solito, nella realtà noi guardiamo e vediamo soprattutto i contorni delle cose. Spigoli, angoli, limiti. Ma i contorni delle cose sono il PASSATO delle cose stesse: sono, appunto, i limiti entro cui il passato le ha costrette. Un albero, dopo varie traversie del suo passato, è diventato una sedia, o un tavolo, o magari un burattino, perché così l’hanno tagliato. Allo stesso modo anche voi siete diventati i tali o i tal’altri, perché così ha voluto il vostro passato. Ora, invece, proviamo a guardare il mondo in modo arcangelico: focalizzando l’attenzione non sui contorni, ma solo sui colori. E non su un colore soltanto, ma su tutti. Proviamo a vedere nel mondo i colori e basta. Uno, due, tre, via!

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È difficile? Sì, è vero. Dà una leggera vertigine e subito si torna a guardare i contorni. È una grazia troppo intensa, concessa da quella Madonna di Gerona: è tutto TROPPO BELLO, se si guardano i colori soltanto. Non c’è più niente di brutto. E tutto diventa terribilmente, vertiginosamente ADESSO, qui e ora: sia le cose, sia le persone, sia anche tu. Ecco, quella vertigine è precisamente la soglia dalla quale un Arcangelo può cominciare a parlarvi (non con le parole, s’intende: anche le parole sono contorni. Gli Esseri celesti parlano solo con i contenuti, con i colori dei significati).

Chi sa un po’ di neurologia, avrà certamente intuito che in questo esperimento dei colori si manovra l’equilibrio tra emisfero sinistro (che vede appunto i contorni) ed emisfero destro (che vede i contenuti). Ed è proprio così. È lo stesso esperimento che fece Gesù con i discepoli che pescavano poco, quando disse «Buttate le reti A DESTRA della barca e troverete» (Giovanni 21,6). Fecero infatti una pesca notevole, aprendo gli occhi a destra. Riprovate, quando avrete un problema, un dubbio, e provate a reggere alla vertigine.

continua

6/01/09
santalucia