Istruzioni per gli Angeli

artcangsi

Ecco qua alcune brevi «istruzioni per l’uso», a commento della sezione ANGELI (e colgo l’occasione per ringraziare la casa editrice Frassinelli, che ha concesso a anima.tv di utilizzare alcuni brani di un mio recente libro sull’argomento). Con il link che trovate qui sotto, potete scoprire quali Energie angeliche agiscano in ciascun giorno dell’anno, e in che modo le Energie del giorno in cui siete nati determinino certi aspetti della vostra personalità, dei vostri naturali talenti, della vostra vocazione, a voi già nota o magari ancora segreta. La fonte di queste corrispondenze tra i giorni e il destino si trova nelle tradizioni della Qabbalah, antiche e densissime; e appunto in queste tradizioni vorrebbe spaziare il mio blog. Ciò che ne dirò qui sarà molto semplice, vi garantisco; ma, naturalmente, «molto semplice» non significa molto facile.

Come forse vi sarete già accorti nelle vostre personali ricerche spirituali, le cose semplici sono spesso, per la moderna mente razionale, le più complicate.

E a mio parere c’è un solo modo di scoprirle, di intenderle meglio: non aver paura di diventare anche noi più semplici, più intuitivi, più liberi dalle nostre complicatissime abitudini di pensiero. Non aver paura di allontanarsi da quel che a molti, oggi, sembra vero, necessario, logico, o magari intangibile; non aver paura, soprattutto, della nostra capacità di sentire, scoprire, esperire semplicemente l’invisibile attraverso i simboli che lo narrano.

Igor Sibaldi

29. L’ANGELO DELLE VITTORIE

artcangsi
1/01/09

Ogni Angelo è un aspetto di noi, un settore delle nostre potenzialità, e va conosciuto e bisogna imparare a farlo esistere, per evitare che qualche nostra potenzialità non usata ci provochi disagi… E ciò vale anche per l’Angelo del nostro capodanno, Nemamiyah. Se avete letto il suo ritratto, è comprensibile che vi sorga qualche dubbio: seNemamiyah rappresenta un aspetto di voi, significa che sia voi sia tutti i vostri conoscenti hanno quella straordinaria energia, quel coraggio da condottieri romantici, quella mente da Tolkieno da Asimov, quella incredibile versatilità, quella curiosità che li fa rapidamente diventare esperti di qualsiasi campo dello scibile, quella lucidità di pensiero e infine quel gusto per le sfide, che permette loro di superare un orizzonte dopo l’altro (la doppia Mem) senza stancarsi mai!? E, d’altra parte, ne consegue anche che se voi e i vostri conoscenti non imparate ad adoperare tutte queste vostre doti eccezionali, avrete altrettanti punti deboli e profondi motivi di rimpianto e di insoddisfazione, per aver «seppellito i talenti» come il servo pavido di cui narra la famosa parabola.

Possibile?

Secondo me, sì. Io penso che tutte le nostre sensazioni di amarezza, angoscia, inquietudine, e anche tutti i nostri disturbi psicologici, piccoli e grandi, abbiano alla loro origine qualche grande talento inespresso – e, naturalmente, anche la mancanza di CORAGGIO che ci ha spinti a non esprimerlo. Soffriamo tutti, insomma, di un insufficiente rapporto con Nemamiyah. E se ammiriamo gli individui che invece hanno saputo brillare, se ne facciamo i nostri eroi, i nostri idoli, e sentiamo di amarli di quello strano amore che si chiama popolarità, è precisamente perché – anche qui – stiamo sempre amando il prossimo come noi stessi, e amiamo in loro certi tratti che in realtà avvertiamo anche in noi, anche se non oseremmo mai confessarlo. (Per la stessa ragione, certo, capita di provare per persone di successo un odio non meno strano di quell’amore: e quell’odio altro non è che amore travisato).

Ma – direte voi – chi proprio non ha coraggio, chi è stato troppo ferito, oppresso, deluso dalla gente e dalla sorte, che può farci?

Secondo me, può fare moltissimo, a partire da qualsiasi istante della sua vita (e i primi giorni dell’anno fanno proprio al caso). Ha davanti a sé molte Mem? No, non le hai mai davanti a sé. Le ha alle spalle: sono i coni d’ombra proiettati dalle sue sconfitte passate. E non appena se ne accorga, ricorra agli Arcangeli. Ve ne parlavo qualche puntata fa: gli Arcangeli (che nelle Gerarchie dei 72 vanno dal 1 gennaio al 9 febbraio) sono distruttori inesorabili del passato. Lo polverizzano e se lo portano via come un turbine di vento. Dovete solo aiutarli un pochino, e nelle prossime puntate vi darei volentieri qualche consiglio al riguardo.

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28. PHE

P
27/12/08

ph . In ebraico: Peh. Viene pronunciato anche p. È il geroglifico della sensualità, della bellezza fisica; e della bocca, della voce, del volto, dell’espressione; della parola, anche, e della persuasione.

È la delicatissima P di «fiore» (perakh), di «farfalla» (parpar), di «viso» (panim). Nell’Angelo di oggi, come avete letto, è anche immagine di una ipersensibilità a tutto ciò che nella realtà vi è di brutto, di infetto – e che nel Nome angelico è raffigurato dalla seconda lettera, la Waw. Ma non si può dire, certamente, che solo i nati dal 27 al 31 dicembre possano sentirsi delusi dall’abbondante bruttezza del nostro mondo: e infatti l’Angelologia non afferma affatto questo. Ai «protetti» di Phuwiy’el tocca soltanto il compito di comprendere, sviluppare, far fruttare con particolare impegno e determinazione quella tensione tra la Phe e la Waw, ma il loro Angelo agisce per tutti e in tutti – tanto quanto gli altri suoi settantuno Colleghi. Ho già accennato a ciò in una puntata, mesi fa, ma credo sia utile tornare sul tema, e approfondirlo un pochino.

Avrete certamente sentito dire e magari letto l’esortazione «ama il prossimo tuo come stesso». Non date retta a chi ve la spiega come un’ingiunzione ad amare tutti: figurarsi se si può amare a comando! Provate invece a considerarla sul serio, e per ciò che dice davvero. Tu ami e odi il prossimo così come ami e odi te stesso: è così, sempre, proprio perché il tuo prossimo (cioè chi ti trovi accanto, chi vedi per strada, in mezzo all’altra gente) è veramente te stesso. È un aspetto di te che ancora non hai ben capito, e che perciò ti colpisce tanto quando lo vedi in un altro. E quell’altra famosa frase dei Vangeli: «ama il tuo nemico»? Vale lo stesso anche lì: il tuo nemico si rivelerà, puntualissimamente, il tuo amico migliore e più utile, proprio perché ciò che vedi e detesti in lui è un aspetto di te che oggi ti occorre urgentemente riconoscere. Perciò il tuo nemico ha litigato con te: ti esorta (senza saperlo, e dunque disinteressatamente) ad aprire gli occhi su te stesso. E lo strano consiglio «se uno ti colpisce su una guancia, tu porgi l’altra»? Non mettetelo in pratica alla lettera: va capito, e non obbedito ottusamente. Qui non è questione di guance. Vuol dire invece: se uno colpisce un aspetto, una Phe, un volto che TU RITIENI DI AVERE, E IN CUI ORA TI IDENTIFICHI, è perché occorre che tu scopra il tuo altro volto, che da troppo tempo tenevi nascosto a te stesso. Ebbene, i nostri settantadue Angeli sono appunto i tuoi settantadue volti: e – spiega l’Angelologia – se ti riconosci in ciascuno di essi, e se capisci, dalle facoltà di ciascun Angelo, come usare tutti i tuoi volti al meglio, hai una sorte invidiabilissima. Se invece in qualcuno di essi non ti vedi, vuol dire che corri il rischio che prima o poi la realtà o qualche provvidenziale nemico ti diano uno schiaffo proprio lì.

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27. BETH

Beth
22/12/08

b. In ebraico: Beth. Anticamente si pronunciava b, e oggi v. È il geroglifico dell’interiorità, di uno spazio protetto e attivo, in buon rapporto con l’esterno: e dunque della casa, della famiglia, dell’interno del corpo, dell’istituzione. Beth è anche il senso di giustizia, inteso come consapevolezza dell’opportuna collocazione dell’individuo entro la società a cui appartiene.

B come Betlemme, Beyt-lekhem, «la Casa del Pane». B come ben-’adam, «Figlio dell’uomo», espressione che Gesù usa spesso nei Vangeli e sulla quale i teologi disputavano già da prima d’allora, perché compariva anche nei discorsi divini ai profeti: per esempio,

allora uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti…»

Ezechiele 2,2

Esaminiamo questo ben-’adam, credo sia importante. I più ritengono che sia soltanto un modo di dire tradizionale, ma mi sono abituato da un pezzo a diffidare di chi afferma che qualcosa nella Bibbia sia un «nient’altro che…».’Adam, sapete già cosa significa in realtà: l’orizzonte della nostra mente cosciente. E ben (in ebraico BN) in geroglifico è «ciò che una famiglia (B) fa nascere (N)», il nuovo che in essa si crea. E, come vedete, il gioco è già fatto, il senso è chiaro: gli uomini, in generale, sono ’adam, il livello evolutivo da essi raggiunto è il loro ’adam, il loro modo di pensare, parlare, capire è il loro ’adam, e la maggior parte di essi se ne accontenta. Ma può avvenire che alcuni vedano questo ’adam come una casa in cui sono nati, e in cui essi rappresentano appunto la novità, la N dalla quale partire verso altri orizzonti. E questi sono nella Bibbia i cosiddetti «profeti»: coloro che non sono soltanto l’’adam, ma da esso si evolvono, vanno avanti e vedono le cose del mondo da un punto di vista diverso, ulteriore. La maggioranza dei teologi è convinta che Gesù usasse l’espressione «Figlio dell’uomo» riferendola esclusivamente a se stesso – e così anche l’altra espressione che egli usa spesso, «Figlio di Dio». Ma il Vangelo li smentisce. Avete mai letto passi come questi:

Sta scritto nei profeti: Tutti saranno istruiti direttamente da Dio.

(Giovanni 6,45)

cioè tutti in futuro saranno beni-’adam, protagonisti di un più alto stadio evolutivo; e

a quelli che lo hanno accettato, ha dato il potere di diventare Figli di Dio.

(Giovanni 1,12).

Da cosa dipende tale possibilità? Da te. Credo sia questo il senso principale sia della Festa sia dell’Angelo di questi giorni: MBH, «la MEM e la BETH si aprono verso l’invisibile, verso il futuro». Buon Natale, e auguro a tutti che sia ilvostro Natale personalissimo, una volta per tutte.

cotinua

26. T COME ARCA

tt
17/12/08

th. In ebraico: Thaw. Si pronunciava come il th inglese; oggi, nell’uso corrente, è una semplice t. È il geroglifico del compi-mento, della perfezione, di ciò che è divenuto appieno se stesso e può perciò comunicarsi all’esterno; della reciprocità, anche, della simpatia. 

Qualche mese fa, nel blog della scorsa stagione, avevamo visto che in ebraico «arca» èthebah, e che in realtà significava non un tipo di natante bensì «la parola». Noè si costruì un suo linguaggio – solo suo, e fatto soltanto di parole utili, fertili, sensate – e ciò gli permise e permette ancor oggi a chiunque di affrontare (e di produrre anche) grandi cambiamenti senza lasciarsene né sgomentare né travolgere. Noè imparò dunque a ridefinire il suo mondo, a coglierne appieno il senso (T), e guardacaso il nome ebraico della TThaw, deriva da Thot, il Dio egizio della scrittura e della parola. Ridefinendo il mondo, Noè vi creò un suo spazio, una sua «dimora» (questo è il significato della B, come vedremo alla prossima puntata), ma questa dimora era troppo diversa dal mondo stesso, perché potesse trovarvi posto: in tal modo, la costruzione di quel suo linguaggio-cosmo-dimora produsse il superamento, l’annientamento del mondo di cui prima d’allora Noè era riuscito ad accontentarsi, e gli aprì la via verso il nuovo, ancora invisibile (H). Il geroglifico T ha questo genere di poteri. È anche l’iniziale della parola TORAH, letteralmente «legge, sistema, teoria», con la quale si indicano i primi cinque libri della Bibbia, il Pentateuco. E in geroglifico Torah (TWRH) significa: «la TH conduce oltre gli ostacoli (W) verso l’invisibile (H)», di nuovo. Tutto sta nel come si vuole intendere questo condurre: secondo moltissimi, vuol dire che in quel libro c’è la verità, e che perciò lo si deve onorare come un oggetto sacro. Secondo altri, me incluso, significa che nella Bibbia si parla di una via che porta molto lontano, e che lì si impara ad apprezzare questo genere di vie, che portano sempre un po’ più in là (TH) di quel che altri ti hanno insegnato, e di quel che avevi capito fino a qualche minuto fa.

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25. N COME NOE’

NNNN
12/12/08

n. In ebraico: Nun. È il geroglifico delle cose prodotte, create, e del successo nel produrle.

Lo si può definire anche il geroglifico di ciò che ORMAI si è realizzato, di ciò che hai GIA’ davanti a te, e che dunque non parla più alla tua voglia di scoprire, al tuo bisogno di sfide, alle energie della tua crescita. E infatti è la lettera che si incontra più raramente nei nomi dei protagonisti della Bibbia, e mai nei nomi di Dio. Intendiamoci: non è che sia male poter contare su qualcosa di solido e comodo (noakh), compiacersi dei propri beni (nekhes), concedersi un po’ di tranquillità (nakhath). Ma in chiunque abbia intrapreso una ricerca spirituale tutto ciò può facilmente generare un pochino d’inquietudine, e anche di noia. I cercatori di verità sono infatti sempre in cammino (da Abramo a Gesù) e hanno, sì, l’ideale di una Terra Promessa, che in ebraico si chiama Canaan (KN‘N), ma quel che a loro piace e importa più di tutto è il viaggio che occorre compiere per raggiungerla. «Le volpi hanno tane, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»… Pensate per esempio a Mosè, che dopo aver viaggiato per più di quarant’anni per raggiungere Canaan, decise alla fine di non entrarci e se ne andò altrove – nessuno sa dove – mentre il suo popolo giungeva alla meta. Pensate a Siddharta. E chi è l’unico patriarca con la Nun? Nientemeno che Noè. In ebraico è Noakh (NKH) e significa proprio «la tranquillità», «il riposo». Bel riposo – direte voi, – nel bel mezzo di cataclisma! Intorno a lui il mondo intero veniva dissolto dalla furia delle acque, l’arca veniva trascinata di qua e di là dalle correnti, in uno sconfinato orizzonte vuoto, e lui era Noakh, e si riposava in se stesso? Eh sì, proprio quello era il senso misterioso del suo nome. Il sapiente sa conservare in se stesso un luogo di calma, una dimensione salda, anche in mezzo alla tempesta. Vi ricordate quell’episodio evangelico in cui Gesù «dormiva su un cuscino», a poppa di una barca sbatacchiata dalla tempesta? (Marco 4,38). Quella era una citazione della storia di Noè, oltre che una bella e strana immagine del modo in cui Gesù si comportò durante la sua difficilissima vita pubblica. Ecco un buon modo spirituale di cercare, coltivare, apprezzare la Nun.

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24. LE DOPPIE

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8/12/08

L’Angelo di questi giorni e il successivo hanno, nei loro Nomi, raddoppiamenti di lettere: qui sono due MEM e, francamente, non è un buon segno. Le doppie non lo sono mai, secondo la tradizione: indicano un ECCESSOdell’energia simboleggiata, e gli eccessi procurano sempre problemi. Si pensi, per esempio, a Babele, in ebraico BBL, il nome cioè che fu dato alla famosa torre DOPO il crollo (Genesi 11,9). Il geroglifico BL indicava «una dimora (B) che cresce (L)»: bello di per sé, dà un’idea di abbondanza, di sviluppo, di grande futuro. Ma il raddoppiamento della B servì a indicare appunto che qualcosa lì andò storto: le proporzioni della dimora non erano giuste, vi era eccesso, e la sua sorte fu segnata.

Quanto alla doppia M dell’Angelo ‘Imami-yah, conviene che i suoi protetti si rimbocchino le maniche, come spiegato nel ritratto: avranno a che fare con recinti alti e spessi il doppio di quelli del resto dell’umanità. Ma che ne sarebbe dell’umanità stessa, se qualcuno non avesse il coraggio di vedere, denunciare, affrontare quei recinti? In più, nel geroglifico MEM entra anche l’idea di «comprendere» (che deriva dal latinocomprehendere«accerchiare»); così i protetti di quest’Angelo hanno anche un’altra possibilità, per superare i loro molti recinti: quella di comprendere la mentalità e gli scopi degli oppressori, di coloro cioè che erigono mura intorno alla gente. E, per i più svegli, si profila qui anche la prospettiva di arrivare a «comprendere il comprendere» – di imparare cioè a capire come l’uomo capisca, come funzioni la mente umana. Avete letto, nel ritratto, che in questi giorni è nato proprio Osho, guardacaso. Interpretato così, questo Angelo difficilissimo diventa uno dei più soccorrevoli – uno dei più utili, cioè – a cui fare appello, quando abbiamo la fortuna e il coraggio di accorgerci che nella nostra vita, intorno a noi o dentro di noi, c’è qualche potente MEM che non ci vuol lasciare andare, che non vuol finire di partorirci.

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23. DEL COSIDDETTO DESTINO

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3/12/08

Angelo di iniziati, di maghi, di terapeuti o di uomini di spettacolo, abili in quelle tre lettere: KHET, la tecnica, la fatica; HE, la spiritualità; SHIN, la superiore conoscenza… Angelo, dunque, tra i più difficili da vivere: eppure chi vi è nato deve accettarne l’incarico. È la legge naturale degli Angeli: se li segui, tutto va per il meglio e tutto nella tua vita acquista senso; se invece trascuri uno qualsiasi dei talenti che ti donano, cominciano i problemi, le malinconie, i disagi.

E qui veniamo a quella che alla maggior parte delle persone sembra la principale obiezione all’Angelologia: «Ma se dal mio giorno di nascita dipende il compito che ho da svolgere in questa vita, vuol dire che non sono libero! No, no, grazie: preferisco decidere da me cosa voglio fare o non fare». Ma, in realtà, come obiezione non è gran che.

Innanzitutto, perché a condizionare le nostre scelte non è certo (nella stragrande maggioranza dei casi) il GIORNO DI NASCITA, ma ben di più il luogo, il ceto, l’influsso di genitori e parenti, l’ambiente culturale, le ferite che si ricevono crescendo, le mode, i valori e gli obiettivi altrui, la pubblicità e via dicendo. Magari mi fosse concesso di obbedire soltanto al mio giorno di nascita, cioè a qualcosa che perlomeno è completamente mio! Invece, in chi dice «preferisco decidere da me», quel «me» è più che altro il frutto di un lungo e tormentoso compromesso con altri: una condizione di esilio da se stessi, in cui tanti vostri conoscenti trascorrono talvolta tutta quanta la vita.

In secondo luogo, nell’antica Angelologia il giorno di nascita non viene visto come la CAUSA di quel che seguirà nella vita, ma solamente come una parte di un intero. È un po’ come nell’analisi del sangue, dell’iride o del capello: esamino una parte di te, per vedere come stai e in che direzione sta andando il tuo fisico – senza che da ciò derivi che la tua goccia di sangue, i colori del tuo iride o la struttura di un tuo capello siano la CAUSA del tuo stato di salute. Gli antichi, per individuare le direzioni della tua crescita esistenziale, decisero di analizzare allo stesso modo la composizione energetica del tuo giorno di nascita, e questo per una ragione precisa e assai interessante: per invitarti a pensare alla tua esistenza da un punto di vista più alto e più ampio di quello del tuo io consueto, oggetto di innumerevoli condizionamenti e inquietudini. Vieni via da lì (dice l’Angelologia, un po’ come fu detto ad Abramo: «Va’ verso te stesso, via dal tuo paese…») e immagina come ti vedresti e come ti giudicheresti se guardassi a tutta quanta la tua vita DAL LUOGO DOV’ERI PRIMA DI VENIR CONCEPITO. Non importa se tu, per eccesso di materialismo o per carenza di fantasia, credi che prima di venire al mondo non ci fosse ancora nulla di te: quel punto di vista pre-natale, pre-tutto, può esistere se lo vuoi, e può diventare importantissimo proprio per la scoperta della tua libertà. Lì eri libero e scegliesti proprio quel giorno, per entrare nel mondo. Perché? Non ti accontenterai di pensare che sia stato soltanto un caso. Quel giorno aveva particolari direzioni, vettori, che portano verso determinate mete – come dimostrano le vite di tanta altra gente che vi nacque. Forse dovevi fare quel tipo di esperienze e di conquiste; forse volevi farle; o forse il mondo aveva bisogno che qualcuno le facesse, e tu dicesti: «Va bene»…

Cosa risulta da questo modo di pensare a te stesso? Proprio l’opposto di una limitazione della tua libertà personale. D’un tratto, ti ritrovi ad avere due Io: uno che laggiù nel mondo di tutti ha una missione da compiere (e, nota bene, una volta che abbia cominciato a occuparsene, è per il resto totalmente libero di fare quel che gli pare), e un altro Io più grande, che ti vede dall’alto. Vi ricordate la puntata su Israele, YSH-R-’eLYSH è il tuo io piccolo, al lavoro; ’eL è l’Aldilà del mondo visibile; e la R è quel tuo Io più grande, che guarda, conversando intanto con il suo Angelo.

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22. DALETH

daleth
28/11/08

d. In ebraico: Daleth. Una semplice d. È il geroglifico dell’abbondanza, del nutrimento ben distribuito, e anche del suddividere, e del dividere: compito di capi e di ricchi, e lavoro di giudici. È anche il ramificarsi, il fluire in molte direzioni, come il Delta di un fiume.

D come dare. Shadday è uno dei Nomi di Dio, e significa «Provvidenza»: SH e D, «l’intelligenza nel donare, nel distribuire, e si ramifica ovunque», anche, naturalmente, dove non la si vede. E ricordate la puntata su ’ADAM? Lì, non avevo detto una cosa (per non correre troppo avanti): DM, dam, in ebraico e in egiziano significa «il sangue che palpita».

È facile capire perché: la M sono i confini del corpo, e il sangue si distribuisce e fluisce (D) dappertutto, all’interno del corpo stesso. A sua volta, questo DAM, «sangue che palpita», è immagine della mente cosciente, la cui estensione (M) è infatti simile a un grande corpo invisibile, che include tutte le realtà che tu conosci: in quelle realtà la tua mente è, vive, giunge, dà e riceve vita. E ’ADAM è appunto la particolare energia con cui una determinata mente sa essere e agire.

Da questo antico significato del «sangue» deriva una delle più celebri norme di due grandi religioni mediterranee: il divieto di nutrirsi del sangue degli animali. Come sapete, tra gli Ebrei e tra gli Islamici, è legge che la macellazione di animali avvenga per dissanguamento: polli, ovini, bovini vengono cioè sgozzati con un taglio rapido e profondo (e la morte è rapida), e le loro carni vengono poi ulteriormente mondate da residui di sangue. Sono state tentate numerose interpretazioni di quest’uso, da quella antropologica che presume un qualche antico tabù, a quella psicobiologica, secondo la quale nel sangue si troverebbe la memoria delle emozioni dell’animale (incluso il terrore davanti al macellatore) e chi se ne nutre, le assimila… Ma il motivo è un altro, a mio avviso. Il passo in cui questo divieto viene pronunciato per la prima volta, nella Bibbia, è il seguente – e a guardar bene è un po’ più sorprendente di quel che sembra:

Tutto ciò che si muove e ha vita potrà servirvi da cibo: vi do tutto ciò… Ma non dovete nutrirvi della carne che ha nel suo principio vitale il sangue, di quella no: perché questo sangue vostro, che è principio vitale di ciascuno di voi, chiederò che venga restituito a me.

Genesi 9,4

Notate che non è precisato «carne di animale». Dio proibì qui dunque anche il cannibalismo? È molto improbabile che vi fosse bisogno di vietare una cosa tanto innaturale, a quei tempi. Il passo va inteso in senso più ampio, e soprattutto simbolico: puoi «mangiare», assimilare ogni «carne», ogni forma; leggi qualsiasi libro, assimila e godi ogni opera d’arte, impara dalle azioni con cui ciascuno ha dato forma alla propria vita, ma non credere di poter «mangiare», assimilare anche il DAM, la mente cosciente, l’identità di qualcuno. Non puoi: tu sei tu e sarai sempre e soltanto tu, e non qualcun altro. Non COPIARE gli altri. Non vivere la loro vita, non nutrirti dei loro modi di capire ma solo di ciò che hanno capito. E naturalmente, NON FARTI MANGIARE. Non lasciare cioè che altri ti annientino, ti tolgano il tuo «sangue che palpita» e i suoi diritti. Quel tuo «sangue» è una cosa tra te e Dio, e basta. Non per nulla, nell’espressione «Dio creò l’uomo a sua immagine» la parola che viene tradotta «immagine» è in ebraicodemuth, che deriva direttamente da DAM.

Nell’ebraismo e nell’islamismo, dunque, la macellazione rituale è fatta in memoria di quell’antichissimo comandamento di libertà personale, di coraggio della propria individualità.

Poi vi fu, lo sapete, un celeberrimo violatore di questo precetto: Gesù, che nell’ultima cena chiese ai discepoli di «mangiarlo»: «Questa è la mia carne, questo è il mio sangue, mangiatene e bevetene tutti». Cioè: diventate me, e io sarò felice. Fu, all’epoca, un tremendo sacrilegio, compiuto naturalmente in segreto – e se il Sinedrio l’avesse saputo, il processo a Gesù sarebbe stato assai più rapido: l’avrebbero lapidato seduta stante. Ma Gesù amava dare scandalo, e aveva sue ragioni profondissime e straordinariamente belle, per osare tanto.

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21.GLI ANGELI DEL CASTELLO

23/11/08

Con oggi ha inizio – e durerà fino al 22 dicembre – una serie di ritratti angelici vicinissimi tra loro: una vera e propria «famiglia», che copre tutto il segno del Sagittario. Per nessun altro segno zodiacale avviene qualcosa di simile: è anzi raro che due Angeli dello stesso segno si somiglino. Qui invece, con i cosiddetti Principati (così si chiamano i prossimi sei Angeli), assisteremo a un variare del medesimo tema esistenziale, di un medesimo atteggiamento verso il prossimo e verso se stessi: ed è appunto il Castello. O almeno così lo chiamo io, dato che nel nome del primo Principato, Wehewu’el, compaiono quelle tre lettere:

principati

che non solo significano, ma raffigurano anche (come in un pittogramma) due torri e un qualche splendido segreto nascosto, inaccessibile, racchiuso da esse. Come un castello su un monte. E i «protetti» dei Principati sono proprio così o, meglio, sembrano aver posto questa condizione allo svolgimento dei loro compiti nel mondo: «Nessuno deve sapere quanto di bello, di grande, di nobile ho in me. Nessuno deve poter vedere i veri tesori del mio cuore, le vere profondità della mia anima… Solo io». Il che non significa che siano chiusi, schivi: tutt’altro! Ma quanto più sono estroversi, tanto più recitano, e recitando si proteggono. Io li immagino come signori medievali, che ogni tanto scendono a passeggiare, ad agire, a donare nella valle, e non vedono l’ora di risalire in cima alla loro torre, dove soltanto loro hanno acceso, e dove sono – soltanto lì – veramente se stessi. Qual è il loro segreto? Modestia? Aristocratico disprezzo? Timidezza?

Niente del genere, a quel che ne ho potuto comprendere finora. La mia opinione è che appartengano a un tipo particolare di persone, molto evolute, che han cominciato a cercare in se stessi una forma di identità più alta, più grande del semplice «io». Per moltissimi altri, l’«io» non c’è ancora: si accontentano di appartenere a un qualche«noi» (nazione, squadra, azienda, famiglia, religione, razza…); per molti altri l’«io» è un punto di arrivo, e riuscire a essere se stessi è una grande conquista. Per i «protetti» dei Principati l’io è una porta, una HE, l’inizio di una via. E sono impazienti di avventurarsi più in là. E li annoia, li infastidisce, li opprime ciò che nella gente è un «noi», e anche ciò che nel loro prossimo è semplice accettazione e soddisfazione dell’«io» soltanto. I Principati, del resto, sono gli Angeli della bellezza (Dante, nel pieno rispetto della Qabbalah, li colloca nel terzo cielo del Paradiso, quello di Venere) e la bellezza, come sapete, è sempre quel qualcosa di più che si coglie nelle forme, e che supera le forme stesse…

continua

20. ANCORA SUI NOMI DELL’INVISIBILE

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18/11/08

Dell’Angelo di questi giorni, Miyhe’el (MYH-’L), conoscete già tutte le lettere. Provate a interpretarlo da soli, a far emergere voi stessi il suo ritratto dall’Aldilà celeste.

M: l’avvolgere, l’abbracciare – ma anche il confine da superare.

Y: ciò che si vede, che esiste – ma anche il vedere e il farsi vedere.

H: l’invisibile…

Io ho indicato, come al solito, sotto al Nome dell’Angelo, l’interpretazione che a me è sembrata più probabile. Ma possono essercene molte altre e, se volete esercitarvi un po’ nell’Angelologia, bisogna che andiate alla scoperta. E a questo proposito, sappiate che nessuno potrà ritenere errata una vostra interpretazione, se non voi stessi.

Non esistono infatti interpretazioni giuste, assolute: la natura delle lettere geroglifiche è simbolica, e un simbolo è sempre vivo, si evolve: appena ti sembra di essere riuscito a spiegarlo, esso comincia già a indicarti qualcos’altro più in là. E tutti i simboli crescono insieme a te: ne superi continuamente le interpretazioni, proprio perché anche tu, mentre ci pensi, giorno dopo giorno superi te stesso – e questa è la ragione per cui solo tu puoi valutare la misura in cui hai compreso qualcosa dell’invisibile.

D’altronde succede anche con il visibile: così, per esempio, la prima volta che ho provato a interpretare il mio nome (Igor, in lettere ebraiche YGR) come un geroglifico, l’ho inteso come «colui che rende visibili cose e persone straniere» e ciò perché GR è il geroglificio dello «straniero» a quel tempo io ero uno studioso di letterature dell’Europa orientale, stavo traducendo Guerra e pace ecc. Qualche anno dopo, l’interpretazione è diventata: «colui che rende visibili cose lontane, di altre epoche» perché mi ero appassionato di Sacre Scritture. Poi GR ha incominciato a riferirsi, per me, agli Spiriti Guida e alle Gerarchie celesti. Curiosamente, Igor nella tradizione russa (quella è la mia origine) è il nome dell’esule, di chi si trova tra stranieri, come l’omonimo principe.

Insomma, vedete bene che passeggiate possono farvi fare queste antichissime lettere. E dunque dicevamo: Miyhe’el, MYH. Cosa state scoprendo (tenendo anche conto dei celebri nati in questo periodo, citati nel ritratto angelico: Lutero, Voltaire…)? Magari che il Nome può anche significare: «Se arrivo a comprendere la realtà in cui vivo, mi si apre l’invisibile», oppure «Io sono il grembo in cui l’invisibile diventa visibile», o altro ancora…

Continua