L'Abbraccio che Libera

Con questo blog desidero risvegliare la consapevolezza sul potere dell’abbraccio come modalità di difesa nei confronti di se stessi e degli altri. Comprendere come abbracciare teneramente ogni nostra e altrui debolezza, paura, dolore, ogni lato oscuro che vorremmo non avere, ogni evento e situazione difficile, ogni nostro pensiero ed emozione, ci permetterà di realizzare la magia di quella morbidezza necessaria per fluire liberi con la Vita, quella morbidezza indispensabile per riuscire a entrare in quell’eterno presente che è la porta del Regno dei Cieli.

Carlotta Brucco

Carlotta Brucco

115. IL SÉ

Ogni problema che pensiamo di avere è dato dal credere a una storia: la storia del me, del nostro personaggio, di ciò che crediamo di essere.

La nostra identità è legata a un nome e cognome e alla sua storia. Ma cosa accadrebbe se non ci pensassimo più? Cosa accadrebbe se non portassimo più l’attenzione su di noi, sul nostro passato e sul futuro? Ci saremmo ancora? Chi rimarrebbe?

Rimarrebbe un senso di essere, molto semplice e naturale, ma libero da ogni sofferenza. Rimarrebbe non qualcuno ma l’essere, l’Io Sono. È solo lì che la libertà accade. Ma questo “essere e basta” inizialmente ci spaventa perché svanisce l’identificazione con il personaggio che crediamo di essere, il che vuol dire che ci sentiamo sparire, allora ci irrigidiamo ancora e riprendiamo l’identificazione con il senso del me.

Finché portiamo attenzione al senso del me e alla sua storia non riusciremo a portare attenzione “all’essere e basta”.

La questione quindi è un mollare, non un ottenere; un lasciare la presa della propria identità finché si sveglia naturalmente la coscienza “dell’essere e basta”.

Ognuno di noi in questo momento percepisce già il Sé; il problema è che ci aggiunge un me, aggiunge quindi una storia, una identità separata da tutto, che chiama “io”, un passato, un futuro. Questa aggiunta del me all’essere crea la sofferenza della separazione e quindi una storia e tutti i problemi connessi.

Non è l’io che percepisce “l’essere e basta” perché questo “essere e basta” percepisce se stesso. Tuttavia, quando “all’essere e basta” si aggiunge il senso del me, nasce un sogno, un’illusione, una storia, il samsara, la ruota delle continue rinascite nella sofferenza.

Molti di voi pensano che il Sé sia qualcosa di speciale, fuochi di artificio di euforia o qualche sorta di immagine ideale di felicità, ma non è così; è lo stato più semplice e naturale che ci sia.

La coscienza del Sé non si risveglia con lo sforzo, con la fatica, con il pensiero ma solo con l’abbraccio a tutto quello che c’è ora. Sì, perché questo abbraccio permetterà di uscire dalle forze di attrazione e repulsione che mantengono e perpetuano l’identificazione con il personaggio. Abbracciando ogni immagine che ci sorge nella mente, che ci piaccia o meno, rilassiamo l’identificazione e questo permette l’emergere della coscienza del Sé.

Abbracciare ogni istante non vuol dire non agire, ma significa imparare a non reagire con attrazione e repulsione. Agirò ugualmente ma le mie azioni non saranno spinte da attrazione e repulsione. Dimorando nell’abbraccio a ogni istante permetterò al Sé di agire attraverso il personaggio che sarà usato solo come mezzo per stare a questo mondo, senza più identificazione.

Il Sé è uno stato naturale, semplice e spontaneo ma occorre accettare la disidentificazione dal senso del me per risvegliarne la consapevolezza.

Non tutti accettano di riconoscere l’illusorietà della propria storia personale. Ancora si vuole far vincere il me, ancora si vuole essere felici, potenti, amati, ancora si vuole che il proprio personaggio sia il migliore. Ma nessun io sarà mai libero e felice. È una battaglia persa in partenza semplicemente perché quell’io non esiste.

Possiamo però essere già da ora la felicità, la libertà, l’amore.

Pochi, tuttavia, accettano di “essere e basta” perché all’inizio la disidentificazione da tutto ciò che si crede di essere porta in un senso di smarrimento che intimorisce l’io. Solo chi avrà il coraggio di perdersi si ritroverà veramente.

Non c’è niente da ottenere, nulla da raggiungere, c’è solo un abbraccio continuo e totale a tutto quello che c’è; questo permette un rilassamento sempre più grande dove il senso del me illusorio pian piano svanisce come un sogno per ritrovarsi nell’essere uno con tutto e tutti.

Quello che occorre è quindi lasciarsi abbracciare da quel senso di “essere e basta” che ognuno già può sperimentare ora e non essere più interessati al senso del me e alla sua storia.

Sembra incredibile ma è il solo modo per essere gigli del campo e permettere alla vita di occuparsi di tutto.

Per vivere e per risolvere i problemi non abbiamo bisogno del senso del me, ma di dimorare nella nostra vera natura, il Sé. Allora, appunto, tutto… accadrà da Sé.

Carlotta Brucco

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20/02/17
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114. MANUALE DI SOPRAVVIVENZA CON I PROFESSORI

Per tutti gli studenti, ecco un pratico e visionario “manuale di sopravvivenza” con i professori…

1. Comprendete bene che il professore è un essere umano probabilmente stressato e pieno di problemi come tutti, che non ha voglia di essere ancora più stressato da voi. Quindi siate gentili. Imparate a usare l’arma della gentilezza che non è “fare i lecchini”. La gentilezza è un vero e proprio potere. Quando vi rivolgete a lui (o a lei) guardatelo negli occhi e fatelo sentire accolto. Anche se lui non è particolarmente gentile con voi, fategli sentire la vostra “Forza” (alla Guerre Stellari) e accoglietelo.

2. Ogni tanto chiedetegli come sta e interessatevi sinceramente a lui. Questo punto diventa potente se lo sentite veramente. Probabilmente il professore la prima volta si sentirà preso in giro in quanto è facile che nella sua visione siate fiere selvagge, ma quando vedrà che siete sinceri si rilasserà e si sentirà a suo agio.

3. Ricordate bene che il professore ha l’ingrato compito di insegnarvi qualcosa che probabilmente non è nemmeno ciò che lo appassiona, per cui farà un’enorme fatica a spiegare a voi ciò di cui gli interessa poco o niente. Se invece è appassionato della sua materia, il vedere poco interesse da parte vostra lo farà sentire terribilmente frustrato. E non riuscire nel suo intento potrebbe renderlo cattivo, quindi non meravigliatevi se la sua reazione vi sembrerà un po’ eccessiva. Per ovviare a questa reazione… dategli ascolto. Piuttosto tormentatelo di domande ma interagite, siate presenti, aiutatelo a rendere le sue lezioni vive, magari anche conflittuali ma vive.

4. Di tanto in tanto mettetevi seriamente nei suoi panni da tutti i punti di vista e chiedetevi cosa fareste voi al suo posto, ma siate sinceri con voi stessi. Poi potreste anche trovare il modo di comunicarglielo gentilmente dicendogli: “Mi sono messo nei suoi panni e ho capito quanto è difficile per lei avere a che fare con noi. Forse se lei facesse così… potrebbe essere più semplice e gratificante sia per lei sia per noi”.

5. Probabilmente il fatto di stare fermi su un banco per ore, impegnando la mente spesso in ciò che non vi interessa per nulla, vi fa sentire vicino alla pazzia e non riuscite a sopportare che qualcuno imperversi ancor più su questo vostro precario stato d’animo con le sue richieste e in alcuni casi con i suoi giudizi che a volte possono essere vissuti da voi come reali umiliazioni. Sappiate che anche il professore si sente come voi. Probabilmente può sentire che lo state facendo impazzire a tal punto che a volte per non finire in psichiatria ha bisogno di lasciar uscire un po’ della sua frustrazione sotto forma di gesti che possono apparire insensati. Cercate di capire che anche per lui è in una situazione complicata.

6. Il professore, come tutti, vorrebbe rispetto e pace. Il che vuol dire ancora sentirsi ascoltato e magari anche avere con voi una buona comunicazione. Se non vi sentite ascoltati e accolti dal vostro professore, fatelo voi per primi. Tutti insieme se potete. Mettetevi proprio d’accordo prima e decidete di farlo sentire ascoltato, ben voluto. Ma non provateci solo un giorno. Provateci finché lo vedrete sorridente e rilassato. Dategli attenzione, interazione. Non parlate tra di voi; parlate con lui. Se avete voglia di comunicare con qualcuno, fatelo con lui, possibilmente in relazione alla materia che sta cercando di insegnarvi. Lo farete felice e probabilmente gli verrà voglia di far felici anche voi.

7. Spero che abbiate capito che il professore non va combattuto ma abbracciato. Questo perché il vostro abbraccio è un’arma potente che può trasformare ogni relazione. Certo che abbracciarlo proprio fisicamente potrebbe essere difficoltoso… basterà anche immaginarlo. Poi se invece vi va di abbracciarlo tutti insieme dal vero, quando lo vedete particolarmente giù, chissà… magari lo farete sentire meglio.

8. Dopo che avrete migliorato la comunicazione con il vostro professore, potrete iniziare un dialogo per migliorare la vostra condizione di prigionia scolastica. Questo è il momento delle proposte. Riunitevi tra voi per farvi venire delle buone idee anche e soprattutto pratiche. Per esempio, magari a voi vanno meglio le interrogazioni programmate invece che essere estratti a sorte ogni giorno rischiando quotidianamente l’infarto? Proponeteglielo tutti insieme. Cercate tra voi studenti di pensare a un modo più sensato di imparare a scuola e proponeteglielo. Potete parlargli oppure scrivergli. Fate un elenco di punti che migliorano la condizione scolastica e che vi permettono di studiare con più interesse e facilità. Se non sapete cosa volete voi per primi, infatti, è molto difficile che venga in mente al prof.

9. Ricordate che la rivoluzione per migliorare il sistema scolastico e quindi la vostra vita presente e futura va fatta: è ora. E spetta a voi. Ma la rivoluzione non si fa con la guerra, la chiusura, il lamento e l’opposizione bensì con l’apertura, la gentilezza, la fermezza. La rivoluzione si fa con la creatività, con nuove proposte sensate attraverso una comunicazione intelligente, si fa con l’unione tra studenti che vedono, sentono e propongono ai prof un nuovo sistema, piccoli passi ma concreti, con la forza interiore di chi non ha rinunciato a essere felice.

10. Siete nati per essere felici, non potete dimenticarlo. Così come non lo devono dimenticare i vostri professori. E l’istruzione deve servire per insegnarvi a essere persone piene, appagate, conducendovi verso la fioritura dei vostri talenti e delle vostre passioni in modo che possiate contribuire alla ricchezza della vita con la vostra unicità.

11. Siete a scuola non solo per imparare a sopravvivere ma per imparare a vivere veramente. Cercate il modo, insieme ai vostri compagni, ai professori, da soli, sempre.

12. Imparate a essere visionari e non sognatori. Il sognatore vive nella mancanza della sua meta che crede forse possibile in un ipotetico futuro; si nutre di se e di ma. Il visionario invece sa vedere, immaginare, sentire la sua meta qui e ora, proprio come stesse accadendo in quel momento; è creativo perché si sa vedere e sentire felice nutrendosi ora di quell’appagamento che desidera. Sa generare la sensazione che gli manca vedendosi, sentendosi, immaginandosi così come vuole essere. Mentre vede nell’adesso la fioritura del suo essere, contemporaneamente però sa accettare, abbracciare i suoi limiti e le sue debolezze. Anzi ha capito che proprio provando tenerezza per tutto quello che non gli piace di sé (e poi quindi anche degli altri) sarà ancora più libero di creare la propria felicità.

13. Per essere felici bisogna prima sapersi vedere felici. Vedete, immaginate la scuola come vorreste che fosse; assaporate quella bella sensazione che ne deriva. La rivoluzione inizia da qui; nel vedere ora la realizzazione di ciò che vi sta a cuore. E agite, create. Divertitevi a creare un mondo nuovo; sappiate vedere e portare in vita, realizzare nuove possibilità di realtà. Ognuno di voi è prezioso perché possiede qualcosa di unico e speciale: una caratteristica, un talento, una passione, una capacità che deve essere tirata fuori per rendere migliore la propria vita e quella di tutti.

14. Vostro dovere è cercare e trovare questa vostra unicità, qualunque essa sia, e metterla al servizio della vita; solo così il vostro cuore impavido si accenderà, solo così sarete una luce per tutti.

Fate partire la rivoluzione: siate visionari, sappiate vedere la vostra e altrui felicità. E ricordate: tutto parte da un abbraccio. La vostra forza, il vostro potere sta nel saper abbracciare ciò che non vi piace di voi e degli altri proprio per poi poter essere liberi di far fiorire nuove possibilità. Nell’abbraccio tutto nasce, nella guerra tutto muore. Basta guerra dentro e fuori. È ora della pace.

Carlotta Brucco

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18/01/17
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113. BUON NATALE!

Natale è un giorno strano… per alcuni di grande gioia, per altri di grande tristezza.

Si festeggia la nascita di Gesù, ma questa festa è proprio un momento difficile per molti.

Spesso le persone caricano questo giorno delle più svariate aspettative: “Vediamo cosa mi regala quello… se quest’altra mi fa gli auguri… se mi invita a pranzo… se mi ringrazia e apprezza…”.

E chi normalmente si sente solo è facile che a Natale lo si senta ancor più.

Nella nostra visione collettiva la Santa Nascita è il momento dell’amore, forse con attenzione più a quello che si riceve che a quello che si dona, per cui l’immagine simbolica che ne deriva è una grande famiglia felice che pranza o cena riccamente insieme sotto un bellissimo albero illuminato sotto il quale posano molteplici pacchettini colorati.

Quanto più la propria situazione dista dall’immagine collettiva trainante tanto più può avere origine sofferenza. Quindi il problema è proprio la visione collettiva del Natale!

Proviamo allora a chiederci con la massima sincerità: “Qual è la mia visione, la mia immagine simbolica del Natale? E come mi vedo rispetto a questa?”.

Proviamo insieme a creare una visione di queste feste che porti veramente pienezza.

Si festeggia sì la nascita dell’Amore che il Cristo ci ha donato con la sua venuta, ma ancor più si potrebbe dire che si festeggia la nascita della possibilità reale che l’Amore del Cristo possa sorgere anche in noi.

Proprio questo si dovrebbe festeggiare: la reale possibilità di potere essere amore.

Quindi l’immagine che potremmo far sorgere del Natale è la visione di noi in amore.

Potremmo onorare il Cristo immaginando in noi manifestata la possibilità che ci ha offerto. Quanta bellezza, quanta grazia!

E allora chiediti: “Come mi Vedo nella piena manifestazione dell’amore che sono? Come mi sento? Come mi muovo? Cosa faccio? Come incontro gli altri?”

Ecco che la forte immagine collettiva non ha più potere; nasce in noi un’altra visione, magari quella di noi felici e appagati nell’essere in amore con la vita, con noi stessi, con gli altri. L’immagine del Natale potrebbe diventare per noi il vederci offrire un abbraccio a qualcuno, oppure potremmo vederci preparare i regali sempre come dono del cuore oppure vederci in una preghiera sentita per tutto il mondo. Ognuno ha la sua.

Se l’immagine di partenza muta e diventa il simbolo dell’amore che siamo, il Natale può essere magnifico per tutti. Festeggiare e incarnare la possibilità dell’essere amore porta pace in qualunque circostanza ci si trovi.

Allora salutiamo l’immagine collettiva illusoria e ideale del Natale, che più che altro è focalizzata sulla mancanza d’amore, e diamo vita all’immagine che incarna il dono del Cristo per noi: la possibilità della nostra felicità attraverso l’essere un bellissimo sole che irradia tutta la tenerezza dell’universo.

Vediamoci e sentiamoci radianti, abbracciando ogni istante con il desiderio di condividere questa serenità e questa tenerezza con tutto, con tutti. Diamo vita a preghiere, biglietti d’auguri, doni, gesti, parole, tutto ciò che ci permette di condividere la possibilità che ci ha portato il Cristo.

Festeggiamo questa possibilità immaginandola e dandole vita.

Lo facessimo anche solo per un giorno, sarebbe un bel regalo per tutto l’universo… perché anche l’infinito ha bisogno del nostro amore.

Cari amici, vi auguro un Buon Natale!

Carlotta Brucco

 

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19/12/16
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112. LA STORIA CHE HA BISOGNO DI AMORE

La libertà è uno stato naturale, così la felicità, ed è il nostro stato reale, vero, presente già ora. La domanda da porci quindi è: “Perché non lo sentiamo?”.

L’ostacolo al percepire la nostra vera natura d’amore, infinita Presenza intelligente, è una concezione errata, che reiteriamo fino a farla diventare un credo: il nostro ego e la sua storia. Detta in altre parole, soffriamo a causa delle storie che ci raccontiamo, prima tra le quali la storia che ci definisce.

Chi siete? Provate a dirvi o a scrivere chi siete. Dite tutto ciò che pensate veramente descrivendo nei dettagli la vostra persona. Potete anche raccontarvi la vostra storia.

Mentre vi raccontate la vostra vita, provate a guardarvi da fuori come se fosse la storia di un personaggio di un film. Il problema infatti è l’identificazione con quella storia. Provate a guardarla teneramente come se non vi appartenesse. Provate a chiedervi profondamente: “Sono veramente io quel personaggio? La mia identità è veramente quella?”.

Ponetevi queste domande senza cercare subito la risposta. Attendete ascoltando la domanda. Attendete permettendo alla domanda di farvi prendere consapevolezza della risposta. Non abbiate fretta di trovare la risposta con la mente, non è quella che serve, ma ripetetevi profondamente la domanda per tutto il tempo che serve finché la risposta emergerà da sola sotto forma di consapevolezza.

La nostra storia serve all’infinito per riportarci a Casa, per farci vedere tutto il dolore che dobbiamo trasformare in amore; è un ologramma simbolico che ci mostra cosa dobbiamo amare più profondamente.

Siamo tutti uno, certo, ma affinché accada la consapevolezza di questo è necessario abbracciare tutto il dolore che abbiamo vissuto e che viviamo.

Mentre continuiamo il processo di disidentificazione con la nostra storia raccontandocela, soffermiamoci su tutti i punti, su tutti gli eventi che hanno creato chiusura, repulsione, dolore… e abbracciamoli, guardiamoli da fuori con tenerezza, poiché per ricordarci di essere amore è necessario amare tutto ciò che ci ha fatto e che ci fa soffrire.

Ricordiamoci che abbracciare il nostro nemico non vuol dire viverci insieme o doverlo vedere per forza; l’amore, nell’illusione olografica della realtà, ha una sua giusta distanza da tutto. Posso immaginare di abbracciare qualcuno senza vederlo mai più.

La giusta distanza dalle varie persone è proprio quella che ci permette di abbracciarle. E la distanza non è solo un fattore fisico, ma anche interiore. Spesso ci si aggancia a una persona con attaccamento, la si vuole controllare, la si tiene stretta perché si crede di aver bisogno di lei. Oppure la si respinge perché le si dà il potere di ferirci. Anche interiormente è necessario trovare la giusta distanza da ogni ente per poterlo abbracciare.

Certo, siamo tutti uno, non c’è nessuna distanza da tenere da nessuno, visto che esiste solo l’eterna Presenza d’amore, ma finché non c’è la consapevolezza di questo e, anzi, proprio per risvegliarla, è necessario partire dalla percezione di sé e del mondo attuale, e se questa è duale è necessario abbracciare teneramente tutto ciò che si respinge, tutto ciò che non si accetta.

img_5048La paura è un punto della nostra storia che richiede amore. E visto che “amore” è una parola difficile da intendere, è meglio dire “tenero abbraccio”.

Se riesco ad abbracciare tutte le mie paure, tutto ciò che respingo, ma anche tutto ciò che afferro (tener stretto non è un tenero abbraccio), le onde di luce che formano l’ente che crediamo di essere ritornano nella giusta misura (aurea) per poter accelerare oltre la luce stessa e “sfondare il presente”… Ecco, in quel momento si ritorna a Casa; il sogno di separazione è svanito.

Insomma, per divenire consapevoli della nostra vera natura di unità e amore, è necessario iniziare ad abbracciare ogni dolore finché si trasforma in amore. Perché l’abbraccio riporta tutte le nostre distorsione alla giusta misura (aurea) e questo permette il risveglio alla Presenza.

Nel fare questo iniziamo a guardarci da fuori; guardiamo teneramente da fuori il nostro senso del me, la nostra storia, sentendo sempre più che non è la nostra vera natura.

Non cerchiamo con la mente l’unità, piuttosto accogliamola istante per istante iniziando a riunire il tutto nel nostro abbraccio.

Ascoltiamo, assaporiamo il nostro presente senza pensarlo, amiamolo profondamente e perdiamoci nel suo abbraccio per ritrovarci Uno con tutto. Per essere figli dell’attimo occorre vivere senza storia, poiché la nostra unica identità è l’infinito.

E per vivere senza storia occorre amare profondamente quella che crediamo di aver vissuto, allora ci permetteremo di accorgerci che in questo momento non può esserci nessun’altra storia che l’infinita Presenza d’amore.

Carlotta Brucco

 

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10/11/16
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111. CORSO-SHOW “COME TI VEDI?”

In questo post voglio parlarvi di una cosa che a me sta molto a cuore: un nuovo modo di passare a tutti le chiavi per la libertà.

Spesso seguire gli insegnamenti che permettono l’autoconoscenza è un po’ “pesante”, nel senso che alcune persone vivono il percorso che conduce alla felicità come qualcosa di faticoso se non noioso. Visto che invece la libertà è uno stato naturale dell’essere umano ho sempre pensato che ci si potesse arrivare anche in modo molto più leggero e, perché no, anche divertente. Cosa avrei dato per poter imparare le materie di scuola in modo più simpatico! Il principio di cui vi parlo è un po’ lo stesso, solo che la materia è l’Educazione alla Felicità.

Io e il mio team abbiamo creato uno spettacolo che è anche un corso per apprendere i principi fondamentali della via verso la pienezza.

Gli sketch di due attori si alterneranno con i miei interventi, per portare lo spettatore nella dimensione delle possibilità; ognuno verrà accompagnato con una risata dalla condizione passiva del sognatore a quella creativa del visionario.

Sarà uno show vero e proprio con musiche coinvolgenti, ballerini, proiezioni… molto, molto coinvolgente ed emozionante! E contemporaneamente sarà un corso dove verrà spiegata l’essenza del Cammino verso Casa.

Tutto questo accadrà a Padova il 25 novembre 2016 con il corso-show “Come ti vedi?” – Potrete acquistare i biglietti anche online sul sito www.cometivedi.it oppure a questo link.

Ci tengo a dire che il 50% degli utili sarà devoluto a Emergency e il restante 50% servirà per sovvenzionare le spese vive del nostro progetto “Educare alla Felicità” nelle scuole che (vista la inesistente disponibilità economica delle scuole italiane per progetti simili) ci permetterà di portare gratuitamente nelle classi scolastiche e a tutti i ragazzi le semplici chiavi per essere felici visionari, consapevoli delle propria pienezza e dei propri talenti che tanto potranno essere utili a sé e al mondo.

Nostra intenzione è infatti portare questo corso-show nelle scuole medie e superiori continuando il lavoro che abbiamo già iniziato da qualche anno in alcuni licei.

Non posso dimenticare gli sguardi accesi dei ragazzi che passo passo durante il nostro intervento comprendono che essere liberi e felici è una reale possibilità. Ho visto commuoversi fino alle lacrime alcuni di loro come se avessero ricevuto un regalo tanto atteso.

Questo è il mondo che vorrei e che vedo nelle mie visioni: un mondo nuovo dove tutti si danno una mano con gioia e tenerezza condividendo la propria unicità, non per essere buoni agli occhi degli altri, non per elemosinare accettazione, valore o stima, ma per il gusto di creare, per dar senso alla propria vita, per il desiderio di vedere anche gli altri felici.

L’uomo nuovo è in grado di vedere pienezza anche se i mass media urlano mancanza, e se un numero sufficiente di persone riuscirà a vedere la luce nel buio… luce accadrà.

Non nutriamoci di odio, non di tristezza e risentimento, lasciamo andare i giudizi, i sensi di colpa e i pensieri sconfortanti, cerchiamo piuttosto di nutrirci di frequenze di gioia, di accettazione e perdono, nutriamoci di tenerezza. Sarà sufficiente accettare di vederci splendenti; creiamo visioni ricche di pienezza per noi, per il mondo. Che bel regalo per tutti sarebbe!

Siamo tutti uno: partiamo da questa consapevolezza per ricordarci che ogni attimo di tenerezza che proviamo andrà a nutrire ogni essere vivente.

Cari amici, vi aspetto a Padova il 25 novembre; per favore condividete con quanti più potete questo evento in modo che tanti abbiano la possibilità di vedere la propria felicità.

Grazie,

Carlotta Brucco

 

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13/10/16
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110. LA RESA

Da ragazzina ero una combattente. Non a caso facevo scherma. In realtà, da bambina piccola, piccola non ero affatto. Lo sono diventata dopo i tre anni con l’asilo, quando mi sono accorta che questo mondo era peggio di una giungla e che avrei dovuto cercare di sopravvivere. Allora ho tirato fuori la spada… in tutti i sensi… e via!

Mi sono battuta per essere, alle elementari e alle medie, una delle migliori (al liceo avevo già un’altra visione della cosa), per essere tra le più brave a tutti gli innumerevoli sport che praticavo, per avere tanti amici, per essere leader negli ambienti che frequentavo, per essere apprezzata ecc… finché ho incontrato la mia guida e il sentiero che conduce a Casa.

A quel punto ho imparato che la porta della libertà non si apre con il combattimento ma con la resa. È stato un bel cambio di prospettiva!

A un certo punto della mia vita ho smesso di preoccuparmi e ho iniziato a creare ciò che avevo a cuore affidando ogni risultato a Dio.

L’attaccamento al risultato crea il combattimento, una guerra che non è possibile vincere. Ci hanno insegnato a vivere per gli obbiettivi da realizzare e questo ci porta inevitabilmente lontano dal momento presente, l’unico luogo della coscienza dove è possibile la felicità. Non voglio dire che non sia corretto porsi delle mete, ma che, quando il risultato diventa più importante del momento presente, si vive in un costante stato di ansia e preoccupazione più o meno conscia.

Iniziamo dalla scuola: è cosa sana che un bambino la viva sempre in ansia? È giusto combattere una guerra interiore per imparare? Se a un bambino viene insegnato a leggere appassionandolo momento per momento a quello che sta facendo, nessun voto sarà necessario, così nessuna stressante competizione e nessun castigo. Se un ragazzo segue ciò che ama o gli si fa amare ciò che è necessario per la sua educazione, non dovrà essere spinto a fatica con ogni mezzo. Se un adulto riesce a fare della sua passione un lavoro, non dovrà nutrirsi di obbiettivi per andar avanti perché sarà soddisfatto di ogni suo momento e in ogni suo momento riuscirà a dare del suo meglio così che i migliori risultati arriveranno di conseguenza.

Ci viene insegnato a sopravvivere ma non a vivere felici. Questo mi rattrista talmente tanto che sto diffondendo nelle scuole un nuovo progetto che si chiama “Educare alla Felicità”. Vorrei diventasse una vera e propria materia.

Tempo fa, grazie ai miei maestri, ho capito che il segreto è portare ogni meta nel qui e ora. L’obbiettivo è essere felici in questo preciso istante e non in un remoto futuro quando forse realizzeremo ciò che ci sta a cuore.

Non dobbiamo pensare che sia necessario avere i risultati che desideriamo per poter vivere in pienezza; questo è un errore concettuale che ci causa grande sofferenza. Ci mancherà sempre qualcosa in questo modo.

La nostra volontà dovrebbe servirci per abbracciare questo istante tanto da renderlo un meraviglioso atto creativo in tutti gli ambiti della vita, e non per pensare continuamente ai risultati che speriamo di ottenere.

Arrendersi vuol dire smettere di combattere per mete future e lasciarsi abbracciare da questo prezioso istante come fosse l’ultimo, dando il meglio di sé ma senza preoccuparsi dei risultati.

Arrendersi vuol dire fidarsi della vita, come una madre buona e amorevole e non come una dalla quale difendersi; mettere tutti i risultati nelle mani di Dio e occuparsi unicamente di questo istante per accoglierlo e per creare passo passo in accordo a ciò che siamo.

Spesso in cuor mio mi chiedo come sia possibile che una madre buona e amorevole possa permettere tanto dolore nel mondo. Me lo chiedo da anni o meglio lo chiedo all’Infinito Intelligente. Quando la risposta arriva mi fa percepire chiaramente che incredibilmente è tutto motivato dall’amore. Ogni sofferenza ci spinge verso quella parte del nostro essere dove c’è la porta per la libertà.

Ho proprio sentito che nel dolore non siamo soli, non siamo mai lasciati soli. Questo è meraviglioso e bisogna divenirne consapevoli. Il dolore ci ferma dall’ipnosi collettiva per un attimo a ricordarci che la nostra vera natura è altra da ciò che crediamo, da ciò che pensiamo.

Non siamo nemmeno separati da tutto come sembra, piuttosto siamo uno, una sola presenza d’amore. Il dolore, con la sua struggente forza, sembra spingerci a vedere oltre ciò che appare. No, non è il benvenuto e non lo augurerò mai a nessuno, ma quando accade facciamo in modo che sia una possibilità per noi di andare ancora più spediti verso l’amore.

Quando combattiamo, il dolore si irrigidisce, non può fluire. Nella resa la sofferenza si ammorbidisce fino a sparire.

Non confondiamo la resa con la rassegnazione; la prima porta sempre libertà, la seconda stagnazione. Nella rassegnazione non c’è accettazione, mentre la resa è un abbraccio sempre più tenero a tutto ciò che c’è, a tutto ciò che accade.

La vita, Dio o l’Infinito Intelligente è con noi, non contro di noi, e ci spinge a fiorire. Questo accade anche attraverso ciò che non vorremmo mai accadesse.

Arrendersi alla vita vuol dire accoglierla in ogni sua manifestazione, così che possa rivelarci la sua magnificenza qualunque sia il momento che siamo chiamati a vivere. Anche se non comprendiamo ancora il motivo di alcuni accadimenti, ci viene chiesto di andar oltre il voler capire razionalmente, aprendoci all’infinito amore che sempre è in noi, fuori di noi, noi e tutto.

Arrendiamoci a questo amore… anche se non lo sentiamo ancora, arrendiamoci lo stesso, questa è la resa che ci porterà a Casa. Ricordiamoci che questo amore è invisibile agli occhi della mente; solo il cuore che pulsa uno con tutto l’universo ha il potere di sentire questa naturale forza, sostanza di tutto.

Quando creiamo passo passo insieme alla vita, lasciando a Dio il potere e togliendolo all’io, accade quello che Gesù raccontava nel Vangelo nella parabola di Matteo 6,25-34:

25 Perciò io vi dico: Non siate con ansietà solleciti per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Osservate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 27 E chi di voi, con la sua sollecitudine, può aggiungere alla sua statura un sol cubito? 28 Perché siete in ansietà intorno al vestire? Considerate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; 29 eppure io vi dico, che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro. 30 Ora se Dio riveste in questa maniera l’erba dei campi, che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi, o uomini di poca fede? 31 Non siate dunque in ansietà, dicendo: “Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo?”. 32 Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose. 33 Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte. 34 Non siate dunque in ansietà del domani, perché il domani si prenderà cura per conto suo. Basta a ciascun giorno il suo affanno».

Queste meravigliose parole mi accompagnano quotidianamente e cerco di non dimenticarle mai.

Quando vedo che i miei pensieri cercano, attraverso qualunque risultato nel futuro, di portarmi fuori da questo momento, vedo Gesù accanto a me dirmi: “Che fai? Torna qua… Sii come un giglio del campo… Risplendi in accordo alla tua natura, crea tutta la bellezza che riesci per onorare il creato e lascia ogni risultato a Dio”.

Queste parole vengono sussurrate incessantemente a ognuno di noi. Vi auguro di sentirle proprio in questo momento in modo che ogni vostro peso voli via per sempre.

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Carlotta Brucco

I Cinque Abbracci Carlotta Brucco   segreto-dell-essenza   meditazione-red

 

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16/09/16
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109. MA CHI È QUESTO DIO?

Mio figlio Elia stamattina mi ha chiesto: “Questa auto (intendendo quella comprata da noi) è di Dio, mentre il seggiolino su cui siedo è mio, vero?”. Gli ho risposto: “Tutto è di Dio perché tutto è Dio, anche il tuo seggiolino; questo vuol dire che nulla ci appartiene. È una buona cosa perché così possiamo lasciare che le cose vadano e vengano senza preoccuparci troppo”.

Elia: “Ma chi è questo Dio?”.

Già, chi è questo Dio che dispone di tutto, che è tutte le cose, compresa la nostra vera identità?

Certo, non voglio definire l’Indefinibile, però mi piacerebbe parlare di Lui (potrei usare il termine anche al femminile, ma nell’immaginario collettivo della nostra cultura Dio è più sentito come maschile quindi mi adeguo)… è sempre un bell’argomento che fa stare bene.

Proviamo a immaginare un Infinito intelligente che è pura luce, consapevolezza creativa e Amore. Diciamo anche che non esiste altro che Lui. Questo infinito Amore intelligente può prendere tutte le forme che vuole, manifestandosi in infinite dimensioni diverse, muovendosi in una danza creativa continua.

L’Infinito intelligente espandendosi dall’Uno viaggia nelle molteplici sue manifestazioni; più si distanzia dal Centro più la consapevolezza di Sé viene meno, lasciando il posto a una frequenza di separazione che crea lidentificazione con quella forma. Con l’identificazione nasce quell’errore concettuale che chiamiamo “Io”, senso del me, e con esso il dolore che viene dalla mancanza della consapevolezza della propria condizione originaria di Infinito Amore intelligente.

Il senso del me ha una terribile nostalgia di quellAmore perché in fondo sente di appartenervi senza però riuscire a esserne consapevole.

Il senso del me cerca l’amore in un’altra forma separata da sé. Lo cerca nella mamma, poi in un partner, nell’apprezzamento, nell’accettazione da parte degli altri; cerca questo amore sempre in altre forme che sente fuori e separate da sé. In questo modo non lo troverà mai perché il problema è alla radice: l’identificazione con una forma e con la sua storia, con un nome, con una personalità.

Questa identificazione è tenuta in vita da tutti quei pensieri dove il soggetto è “io” e tutto quello a esso riferito. Uso intenzionalmente il pronome “esso” perché l’io è qui visto come un semplice pensiero privo di altra realtà. Chi saremmo noi se non ci pensassimo? Chi siamo senza la nostra storia? Chi siamo senza i nostri pensieri?

Siamo sempre stati, siamo ora e sempre saremo Infinito Amore intelligente, ma non ne siamo più consapevoli.

Viviamo per ritornare all’Amore o meglio per comprendere che mai ci siamo allontanati e, meglio ancora, per divenire consapevoli che non siamo ciò che abbiamo sempre pensato di essere e che la nostra vera natura è proprio quell’Amore che ci manca tanto.

Per ritornare a Casa occorrono quindi due importanti ingredienti: la disidentificazione dal senso del me e quindi da tutti i pensieri, e l’apertura alla frequenza che diventa veicolo per tornare all’Uno: lamore.

Ci sono diverse tecniche e metodi per volare verso la libertà e ognuno deve seguire quello che sente più consono a sé.

Quelli che pratico e diffondo derivano da una lunga ricerca iniziata da bambina attraverso le tradizioni spirituali millenarie o meglio ne sono l’essenza adattata al tipo di mente e vita occidentale. Insegnando ciò che mi ha dato la vita vera e che mi appassiona cerco di essere tramite dell’Infinito Amore.

Quando infatti seguiamo ciò che ci appassiona il nostro sguardo brilla, la gioia aumenta… e, se il nostro cuore si apre all’amore, l’Infinito Intelligente inizia a farsi sentire.

C’è una chiave preziosa che unisce tutti e due gli ingredienti sopra citati per ritornare a Casa: imparare a guardare con tenerezza ogni istante che siamo chiamati a vivere, che ci piaccia o meno.

Scoprire che possiamo guardare teneramente ogni pensiero, ogni accadimento piacevole o spiacevole che sia, ci porta passo passo sempre più vicino sia all’amore sia alla disidentificazione.

Quello che voglio dire è che siamo già a Casa, ma dobbiamo imparare a vederla, riconoscerla.

Per far ciò ci serve uno sguardo particolare che va allenato in continuazione.

Pensate a qualcosa di voi o della vostra vita che non vi piace e provate a guardare questa cosa dall’esterno, da fuori, con grande tenerezza, abbracciandola. Se ci riuscite, avete capito cosa intendo.

Fidatevi di quell’abbraccio, di quel tenero sguardo perché sa come riportavi alla vostra vera natura meravigliosa e splendente che tanti chiamano Dio.

Carlotta Brucco

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9/08/16
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108. IL MAESTRO

Fin da bambina piccolissima ho sempre desiderato avere un maestro di amore e saggezza che si prendesse cura della mia educazione spirituale. Ricordo che mi sembrava assurdo il fatto che non riuscissi a mettermi in contatto con lui. Sentivo di avere un maestro del cuore ma non riuscivo a sentirlo, ad avvertire la sua presenza, e questo mi abbatteva molto. La mia fanciullezza è stata una ricerca continua della mia guida spirituale.

Un giorno, avevo 5 o 6 anni, i miei genitori portarono a casa la foto di un maestro, Mahavatar Babaji nella sua forma di Herakhan Baba. Ricordo che mi dissero che si chiamava Sai Baba ma io mi arrabbiai dicendo che non era lui. Loro insistettero, io presi la foto e me ne andai pensando che non capivano un tubo. Lo ricordo molto bene questo evento, come accadesse ora. Avevo già visto e conosciuto diversi maestri di ogni tradizione spirituale, ma l’uomo di quella foto mi colpì profondamente, e senza sapere perché ne avevo una grande nostalgia. In quel momento non ero cosciente di chi fosse ma mi sentii fortemente attratta tanto che misi quella foto nel mio scrigno segreto pensando che da grande avrei voluto essere come lui. La ritirai fuori solo dopo molti anni, con grande sorpresa, quando ormai il mio rapporto con Babaji era consolidato.

In realtà, da come era vestito in quella foto, mi sembrava un pastore di pecore e in più, proprio come un vero pastore, aveva anche un grande bastone al quale era appoggiato. Ed ecco perché da quel momento in poi dicevo a tutti che da grande sarei diventata un pastore di pecore.

Lo dimenticai fino a quattordici anni, quando mi capitò tra le mani Autobiografia di uno Yogi di Yogananda. Quando vidi nel libro la foto di Mahavatar Babaji e lessi cosa Yogananda raccontava di lui fui letteralmente folgorata quanto commossa tanto che mi misi a piangere. Semplicemente seppi che lui era il mio maestro, la mia amata guida.

Nel libro c’era scritto che ogni domanda fatta a lui con il cuore riceve sicura risposta. E così fu. Iniziò quel profondo contatto che ci può essere solo con la propria guida, una comunicazione intensa e inimmaginabile che non lasciava spazio ad alcun tipo di solitudine.

Lui era sempre con me e proprio perché non aveva un corpo materiale non era soggetto ai limiti spaziali del corpo umano. Semplicemente era con me a scuola, con i miei amici, di notte, di giorno, e potevo comunicare con lui in ogni momento.

Mi istruiva anche nei sogni con iniziazioni e insegnamenti. Mi spiegò tecniche che mi portavano ad altri stati di coscienza e mi istruì passo passo attraverso ogni esperienza che vivevo nel quotidiano. Quanti lila divini (giochi divini, eventi che hanno del miracoloso)… alcuni li ho anche raccontati nell’ultimo capitolo del mio libro I Cinque Abbracci.

Ho avuto altri maestri successivamente che insieme a lui hanno coltivato il mio giardino interiore; ognuno di loro è stato una perla preziosa per il mio essere. E tutti comunque sono Uno in un’unica fonte d’amore: Dio, il Sé, la vera natura della mente, dove non c’è più alcuna separazione.

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Perché ve ne parlo?

Perché ognuno di noi ha la propria guida sempre accanto che aspetta solo di essere riconosciuta.

Perché a volte ci si sente soli quando non lo siamo per niente.

Perché abbiamo sempre vicino qualcuno che ci ama immensamente e che ci vuole felici e noi non ne siamo consapevoli.

Perché è possibile per ognuno stabilire una connessione profonda con la propria guida, da cuore a cuore.

Perché il nostro maestro ha una pazienza infinita e ci può ascoltare anche per giorni senza mai giudicarci.

Perché lui o lei vede già la nostra fioritura e proprio lì vuole condurci.

Perché prendere coscienza della sua esistenza è il più bel regalo che possiamo farci.

Vi ho raccontato la mia storia affinché possa essere di ispirazione a tutti quelli che desiderano coltivare questo tipo di relazione con il divino. Così come è stato per me lo può essere per tutti; io non sono privilegiata e non ho nemmeno meriti particolari, ho solo avuto tanta fiducia e costanza per aprire sempre più il mio cuore a lui. Passo passo mi ha condotto a una resa sempre più grande che mi ha permesso di scoprire l’amore. Non ho detto che so amare ma che ho iniziato a cogliere il sapore dell’amore e la sua immensa forza in tante sfumature diverse.

Il divino mi ha mostrato che la vita è un viaggio di ritorno all’amore e che siamo nati solo per imparare ad amare, o meglio per amare sempre più. Solo questo è importante. Non c’è altro fine, tutto il resto è un mezzo che dobbiamo usare per accrescere in noi questa radiante, bellissima forza.

Diamo valore a ciò che ha valore senza confondere i mezzi con il fine. La domanda più importante da porci ogni giorno è: “Ho amato un po’ più di ieri?”. Allora, se la risposta è positiva, possiamo stare sereni perché il fiore che siamo piano piano sboccerà.

Per chi desidera unirsi a me e ad uno splendido gruppo di persone, dal 13 al 20 agosto sarò a Pagialla in Umbria dove terrò un ritiro residenziale nell’ashram di Babaji, luogo assai prezioso e sacro al mio cuore. Chi fosse interessato può contattarmi alla mail segreteria@neom.it

Carlotta Brucco

 

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12/07/16
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107. IL VELENO DELLA PAURA

Noi ci preoccupiamo giustamente di cosa mangiamo, di tutto l’inquinamento presente oggi, delle onde elettromagnetiche ecc… ma pochi sono attenti al veleno della paura. Credo mieta più vittime di ogni altra cosa pericolosa, tuttavia la paura viene ritenuta come normale e in taluni casi anche giusta.

Che sapore ha la frequenza della paura? Terribile, eppure pochi cercano veramente di vivere senza paura, senza preoccupazione. Ci hanno insegnato che bisogna preoccuparsi per agire, per risolvere i problemi.

La paura ha origine in una storia, quella che ci raccontiamo in continuazione e che ci obbliga ad avere pensieri che ci portano nel passato e nel futuro. Siamo tanto attaccati alla nostra storia personale anche se è la fonte di ogni pensiero e sofferenza… Il problema è che ci identifichiamo così tanto con la nostra personalità e la sua biografia, senza considerare che la nostra vera identità è un’altra.

Se vogliamo la libertà, dovremmo imparare a lasciar andare l’identificazione con ciò che crediamo di essere, con ciò che pensiamo voglia o non voglia il nostro personaggio.

La realtà è un insieme di infinite possibilità e noi, definendoci, ne portiamo in vita una: quella che riteniamo possibile, quella che ci è più familiare, quella che ci è stata tramandata dagli avi. Il nostro personaggio illusorio non è nemmeno stato creato da noi, ma da una memoria familiare e collettiva che traccia i binari entro i quali stare, traccia i confini di una gabbia illusoria di cui non siamo consapevoli. La nostra storia è intrisa di paura.

La paura vive nel pensiero e muore nell’istante. Se imparassimo a vedere che ogni momento che stiamo vivendo è perfetto nel suo manifestarsi, saremmo anche in grado di coglierlo e dimorare là. La paura è sempre una non accettazione di quello che accade ora.

Fermiamoci un istante. Proviamo ad ascoltare ciò che stiamo vivendo in questo momento portando consapevolezza alle nostre sensazioni.

Immaginate di star vivendo il vostro ultimo istante di vita.

Assaporate il vostro presente attraverso i cinque sensi come fosse l’ultima volta. Il vostro ultimo istante prima di chiudere gli occhi definitivamente, quando avete già lasciato anche la paura e tutta la vostra storia. Ascoltate le sensazioni del corpo attraverso i cinque sensi. Ascoltate i punti di contatto del vostro corpo con la terra o il luogo dove siete seduti. Assaporate il respiro, i suoni, tutto ciò che riuscite a cogliere attraverso i cinque sensi come fosse l’ultima volta, quando anche la paura non ha più motivo di essere. Che attenzione dareste a ciò che vedete, udite, toccate? Che sguardo avreste?

Quale sarà il nostro ultimo sguardo a tutte le cose del mondo? Molto probabilmente sarà quel morbido, tenero sguardo di chi ha capito che non serve più combattere, di chi ha compreso che la paura accade solo quando non si abbraccia profondamente ciò che c’è in questo momento.

La paura si dissolve nell’abbraccio, ma non tanto in quello che riceviamo noi da qualcuno, quanto quello che noi stessi siamo in grado di dare a tutto ciò che fa parte del nostro presente.

Il nostro sguardo dovrebbe abbracciare ciò che vede, il nostro tocco ciò che tocca, il nostro gusto ciò che assaggia…allora nessun tipo di paura avrebbe la forza di rimanere.

Viviamo in questo mondo per creare, risplendere e servire la vita attraverso le nostre passioni, viviamo per lasciare spazio all’amore, non alla paura; questo vuol dire che anche la nostra paura ha bisogno di un abbraccio. Abbracciamola e lascerà volentieri il posto all’amore.

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Carlotta Brucco

 

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10/06/16
immpost

106. IL POTERE DELLA SCONFITTA

Il fallimento è il nemico più acerrimo di quasi tutti. La paura è così forte che ci tiene aggrappati a tutto ciò che rappresenta per noi una sicurezza, impedendoci di osare in altri fronti.

Cos’è che spaventa tanto del fallimento?
Il crollo della Visione che si ha di se stessi.

C’è infatti una credenza collettiva in questa società, che ci fa identificare con ciò che ci accade: se qualcosa non va come desideriamo, noi siamo sbagliati. E sentirsi sbagliati genera in ognuno una frequenza tossica, che porta grande dolore.

Tuttavia solo una visione illusoria di sé può cadere con il fallimento; la nostra vera natura meravigliosa e splendente non ne viene minimamente intaccata, ma purtroppo è difficile esserne consapevoli. Il problema è che ci identifichiamo in continuazione con false immagini di noi, non con la nostra reale natura.

Cerchiamo di prendere consapevolezza che il fallimento, in qualunque campo possa essere, è semplicemente una sconfitta, non il fallimento del nostro essere; è la perdita di qualcosa, a volte di qualcosa che ostacolava il nostro fiorire.

Ogni sconfitta mi ha portato doni meravigliosi perché mi ha costretto a lasciar andare ciò che di me non serviva più alla vita. Certo, è stato doloroso, anche molto doloroso, ma quel dolore ha avuto la forza di portare via con sé credenze cristallizzate che impedivano la mia pienezza. La vittoria, seppur gustosa e sempre desiderata, non ha questo potere. Se temiamo di fallire viviamo trattenuti, rigidi, viviamo solo percorrendo binari conosciuti, ma così facendo ci precludiamo di risplendere.

Il mio maestro mi insegnò tanto tempo fa a dare il meglio di me, in accordo ai miei limiti pur cercando di superarli, senza mai preoccuparmi del risultato. Se riesco a dare il meglio senza giudicarmi per ciò che non riesco ancora a fare, ma con la voglia di osare sempre più per andare oltre i limiti stessi, riesco anche ad accettare ciò che viene perché so che in quel momento non sarebbe potuto andare diversamente. E se ciò che viene è la sconfitta, chino umilmente il capo alla vita per cedere, per arrendermi, per mollare la presa di ciò che non voglio lasciare andare. Perché la sofferenza deriva sempre da un qualcosa che non vogliamo mollare: una credenza, un’immagine di noi o dell’altro, un ideale, un desiderio.

Dove c’è rigidità si forma intasamento, blocco, non passa la vita, e, visto che la natura tutta spinge verso la pienezza, nasce lì il dolore che, con la sua forza, ha il potere di spezzare quelle catene che noi non siamo in grado nemmeno di vedere.

Sì, la vita è più saggia di noi e sa vedere più lontano; sa di cosa abbiamo bisogno per fiorire. Il problema è che tanti rimangono ancorati alla sconfitta, dandole il potere di distruggere l’immagine buona seppur falsa di sé, ma a quel punto non è il fallimento a esser il problema, piuttosto il crollo dell’immagine di sé alla quale si era tanto affezionati.

A volte comunque è cosa saggia che anche l’immagine di sé crolli, proprio perché è tempo che ne maturi una nuova più consona alla nostra crescita.

Rimanere legati alla medesima visione di sé per lungo tempo va contro quel principio spiegato anche nella fisica dei quanti che dice che se l’onda di luce non si rinnova si spegne. Dobbiamo rinnovarci, non possiamo star fermi legati a doppia mandata alle nostre verità e certezze, altrimenti ci spegniamo. Dobbiamo avere il coraggio di lasciar andare le vecchie visioni di noi stessi, per lo più create da altri.

Basta con l’essere buoni e bravi in accordo a come gli altri ci vogliono! La bontà è un’altra cosa e passa attraverso la luce e l’amore che siamo in grado di generare nel riuscire a vibrare sempre più in accordo con la nostra vera natura.

Ci hanno inculcato una visione di noi stessi che per essere vincente non deve fallire mai. Assurdo. Chi osa veramente per crescere, maturare, imparare, è molto facile che incontri anche la sconfitta perché fa parte dell’apprendimento.

I più grandi guerrieri, i più grandi maestri hanno raggiunto la pienezza del loro essere proprio lasciandosi attraversare dal dolore della sconfitta e permettendo a quel dolore di portare via una visione di sé che non serviva più. Allora hanno avuto la forza di rinascere e risplendere per sé e per gli altri.

La sconfitta ha un grande potere; è un grande fuoco che brucia e fa anche male, ma quando ci viene incontro va abbracciata teneramente perché ci sta guarendo, portando via quelle frequenze tossiche del nostro essere che non ci servono più.

E se guardiamo bene dentro quel tunnel nero, si vede già alla fine una grande luce che ci sta aspettando. Guardando quella luce in fondo, con coraggio, attraversiamo il buio rilassati.

 

Carlotta Brucco

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13/05/16
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