L'Abbraccio che Libera

Con questo blog desidero risvegliare la consapevolezza sul potere dell’abbraccio come modalità di difesa nei confronti di se stessi e degli altri. Comprendere come abbracciare teneramente ogni nostra e altrui debolezza, paura, dolore, ogni lato oscuro che vorremmo non avere, ogni evento e situazione difficile, ogni nostro pensiero ed emozione, ci permetterà di realizzare la magia di quella morbidezza necessaria per fluire liberi con la Vita, quella morbidezza indispensabile per riuscire a entrare in quell’eterno presente che è la porta del Regno dei Cieli.

Carlotta Brucco

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120. CHE COSA DESIDERIAMO VERAMENTE?

La maggior parte delle persone desidera soldi per una vita sempre più agiata, bellezza e/o ricchezza e/o cultura e/o spiritualità per risultare attraente, essere apprezzata, stimata, amata.

Pace, libertà, risveglio, illuminazione sono gli ennesimi desideri di un io che soffre perché non ha ottenuto quello che voleva.

L’inganno è il desiderare, l’aspettarsi dalla vita qualcosa di più di quello che c’è ora. Non c’è tanta differenza tra il desiderare l’illuminazione e il desiderare di diventare ricchi. Sono sempre storie create da quel personaggio che crediamo di essere, solo storie di fantasia prive di fondamentale realtà. Sì, il senso del “me” e la sua storia non può aver vita nell’adesso ma solo nel passato e nel futuro, quindi non realmente esistente.

Solo quando si inizia a intravedere che il pensiero “io” è solo una storia di fantasia priva di fondamentale realtà, è possibile che la vita prenda il sopravvento.

Vita significa tutto quello che accade ora senza di me, quel me che crede di essere separato da ogni essere e cosa. Vita è l’adesso che è l’unica nostra identità.

Non è una condizione nichilistica piuttosto è la pienezza dell’essere, dell’essere e basta, quell’essere senza confini che diviene contenitore di tutto quello che c’è ora.

Quindi finché la consapevolezza dell’inesistenza dell’io non si desta, non sarà possibile vivere veramente. Nessuna illuminazione: solo vita. Nessuna esperienza difficile da ottenere, non si ottiene niente proprio perché non c’è nessuno che deve ottenere nulla. C’è solo vita. Ma l’io non è disposto a lasciar spazio a ciò che c’è ora e basta. L’io ha bisogno delle sue storie che dirottano l’attenzione sul passato e sul futuro quindi sull’illusione.

Indagare questo io. Chi sono io? Ma sebbene sia un’indagine che parte dalla mente e la si inizia pensando perché è l’unica cosa che si sa fare, a un certo punto si andrà oltre la “mente che mente” e apparirà spontaneo quello che è sempre stato.

Chi sono io se smetto di pensarmi? Chi sono io se non mi cerco più? Che ne è della mia storia se non la penso più?

Si percepisce un implicito dovere a pensarsi ancora e ancora, quasi un obbligo dettato da un’antica memoria della specie. Devo portare costante attenzione sulla mia persona e la sua storia perché se non lo faccio non sopravvivo? Non è così. Liberiamoci da questo falso e illusorio obbligo di occuparsi del senso de me… la vita accade lo stesso e meglio. Non pensare all’io e alla sua storia non vuol dire non fare più nulla, non assolvere agli impegni quotidiani. Anzi la vita accadrà con chiarezza, presenza, bellezza in tutta la praticità delle nostre attività.

Non pensare al senso del me e alla sua storia non significa pensare ad altro, ma essere attenzione pura all’essere e basta che contiene tutto ciò che c’è qui e ora.

Sembra complicato ma è la cosa più semplice che possiamo fare.

E se non fossi il mio nome e il mio cognome, ma l’attimo che accade ora? E se il passato e il futuro avessero valenza di un sogno di una notte? E se quello che crediamo essere la nostra storia fosse reale quanto il film che abbiamo visto ieri al cinema?

Iniziamo così. A mettere in dubbio l’io e la sua storia. Guardiamo la nostra storia dal di fuori, come se non ci appartenesse, come non ci fosse mai appartenuta; guardiamola con tenerezza. Un istante di tenerezza. Solo un istante.

Guardiamo teneramente a quell’io che vuole amore, potere, fama, ricchezza, bellezza come a un semplice personaggio di una storia inventata. Diamoci almeno questa possibilità. E se fosse così? Lasciamo almeno aperta questa possibilità. Permettiamo al sistema pensiero-io di vacillare un istante per permettere alla nostra vera natura di fare breccia. Questo è un processo naturale, la vita è naturale, spontanea. Lasciamo che sia.

Dal 12 al 19 agosto terrò un ritiro in Umbria in un bellissimo ashram/agriturismo immerso nella natura per condividere con chi lo desidera la bellezza di ciò siamo veramente.

Chi fosse interessato scriva a: m.galandrini@neom.it

Buone vacanze a tutti!

Carlotta Brucco

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13/07/17
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119. ABBRACCIARE GLI OPPOSTI

Se voglio essere una brava madre proverò attaccamento per l’immagine ideale di me come brava madre, ma contemporaneamente a ciò proverò repulsione per l’immagine di me come cattiva madre. Questo movimento di attrazione e repulsione tra immagini, pensieri, concetti condizionati opposti origina sofferenza. Vogliamo una cosa e rifiutiamo quella contraria.

Questa storia che ci siamo creati di voglio e non voglio origina conflitto e dolore, ma soprattutto non permette alla vera natura di ciò che siamo di manifestarsi. Finché lotteremo tra gli opposti vedremo solamente l’io che crediamo di essere identificandoci con la sua storia passata e futura.

Come si fa a fermare questa corsa impazzita che non va da nessuna parte? Un modo utile per uscire da attrazione e repulsione è imparare ad abbracciare gli opposti.

Prendete un’immagine di voi che volete preservare o ottenere. Per esempio l’immagine di voi competente nel vostro campo o l’immagine di voi idealmente perfetta da tutti i punti di vista. Questa immagine di perfezione vi piacerà particolarmente e la desidererete fortemente. Contemporaneamente questo implica il rifiuto dell’immagine di voi limitata.

Due immagini: quella della nostra perfezione e quella delle nostre limitazioni. Voglio l’una, non voglio l’altra. La credenza dentro di noi è che usciremo dalla sofferenza quando realizzeremo l’immagine che desideriamo. Ci diamo da fare così tutta la vita per divenire l’immagine ideale e per scappare da quella che non ci piace, costruendo in questo modo passo passo la nostra gabbia.

La porta della liberazione si trova invece nel mezzo dei due opposti, là dove il due si riscopre uno. Per tornare a casa dovremo quindi iniziare ad abbracciare allo stesso modo sia l’immagine che desideriamo sia quella che vogliamo evitare.

Proviamo a guardare da fuori le due immagini di noi opposte in modo neutrale, come se chi le sta guardando non avesse storia, non fosse una persona ma solo sguardo affettuoso. Proviamo a voler bene a queste due immagini dando amorevole attenzione a entrambe. Lasciamo che questa affettuosa attenzione sia un fuoco che brucia ogni attrazione e repulsione.

Forse per un istante potrete già da subito percepire una specie di riposo dalla lotta che porta una grande pace.

Nostro dovere non è combattere tra il voglio e non voglio, ma aprire la porta che sta in mezzo e questo accade quando si abbraccia entrambi allo stesso modo.

Provare tenerezza per gli opposti non significa non agire più, anzi lo si farà con maggior chiarezza, ma non con il fine di trovare una felicità inesistente. La mia azione non sarà più motivata dal voler sostenere un’immagine e scappare dall’altra, ma dall’accogliere il fluire della vita di questo momento. L’azione sarà motivata da una spontaneità chiara e consapevole che avrà il sapore di una danza con il tutto.

Fuori da attrazione e repulsione si percepirà quella pace imperturbabile che non dipende dagli accadimenti ma dal prendere dimora al centro del ciclone. Da quel centro tutto diverrà mano a mano più chiaro: il riconoscimento dell’illusorietà del senso del me maturerà come un fiore in primavera e quindi fiorirà la consapevolezza di essere non qualcuno o qualcosa, ma di essere e basta.

Allora questo istante sarà il nostro intero essere, ci sarà solo il toccare, il gustare, il guardare qui e ora. Questo essere e basta senza storia, senza passato e futuro conterrà l’uccellino che in questo momento canta, il rumore dell’auto che in questo momento passa, il profumo della rosa che in questo momento profuma, la puzza di immondizia del camion della nettezza urbana che in questo momento si ferma davanti a casa… e tutto sarà perfetto così com’è.

Tutto è già perfetto così com’è, ma solo nell’attimo… non in quella storia di attrazione e repulsione che ha come attore principale qualcuno che porta quello che crediamo sia il nostro nome e cognome.

Iniziamo a far silenzio veramente finché si manifesterà la nostra vera natura: quel silenzioso, amorevole essere e basta nel quale accadono tutte le storie dell’universo. Gustiamoci ogni film…

Carlotta Brucco

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14/06/17
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118. CHI AIUTA CHI?

La persona che più ci fa del male è quell’io che pensiamo di essere.

Da tutta la vita difendiamo quel personaggio che chiamiamo con il nostro nome e cognome… quel senso del me con il quale ci identifichiamo totalmente. Crediamo che sia tutto nelle sue mani e che abbia il potere di essere libero e felice.

Questa persona ha una storia, quella che appunto sentiamo nostra, e utilizza, in genere, due tipi di atteggiamenti interiori: attrazione e repulsione. Si attacca a ciò che desidera e respinge ciò che non vuole.  Queste due forze originano tutta la sofferenza che avvertiamo.

Cerchiamo, da quando siamo nati, di rendere felice questo io che crediamo di essere, attraverso strade di ogni tipo, dandogli tutto ciò pensiamo abbia bisogno. Ci arrabbiamo se qualcuno lo denigra e siamo entusiasti quando viene premiato e amato. Anzi, da tutta la vita, quasi tutto quello che facciamo ha il fine di rendere questa persona stimata, ben voluta, apprezzata da ogni punto di vista.

Il nostro unico interesse è renderla felice. A volte ci sembra di riuscirci, ma manca sempre qualcosa e, anche quando per un istante crediamo di aver raggiunto il nostro desiderio, non dura… è impermanente.

Dobbiamo seriamente avere il coraggio di chiederci una cosa: e se non fosse possibile rendere felice questa persona?

Ma chi è veramente costui o costei che porta il nostro nome? Siamo sicuri di essere proprio quel personaggio, quel senso del me con il quale siamo tanto identificati? Siamo sicuri che sia realmente esistente?

E se non esistesse? E se fosse solo un pensiero?

Cosa accadrebbe se non lo pensassimo più, se scegliessimo di non avere più pensieri legati a quello che chiamiamo “io”, a quel nome e cognome e a tutta la sua storia?

Chi di voi accetterebbe di non avere più pensieri legati a ciò che crede essere la propria identità?

La mente non avrebbe più di che pensare visto che si pensa quasi esclusivamente a preservare questo personaggio; che incredibile silenzio, eh?!

Probabilmente quasi nessuno accetterebbe di non pensarsi più, ma forse molti di voi accetterebbero di farlo solo per qualche istante. Già sarebbe tanto…

E se ciò che abbiamo sempre cercato, cioè la felicità, la libertà da ogni sofferenza, accadesse proprio nel momento in cui ci ricordassimo che non siamo quell’io e la sua storia?

E se la felicità fosse lo stato naturale che può essere colto solo smettendo di credere all’esistenza del personaggio limitato?

E allora… se non sono il mio nome e cognome… chi sono?

Proviamo solo per un istante a lasciar andare ciò che pensiamo di essere, per concederci quella libertà naturale di essere e basta.

Permettiamoci per un istante la possibilità di essere e basta, senza essere qualcuno. Respiriamo quell’istante di pace imperturbabile… sarà comunque il miglior riposo che possiamo concederci…

Lì, in quell’attimo senza tempo, c’é la consapevolezza che tutto è essere e basta, che siamo tutti quell’essere e basta, quindi che siamo tutti uno.

E se siamo tutti uno è possibile che il nostro personaggio illusorio, il nostro io, possa aiutare il personaggio illusorio di qualcun altro?

Carlotta 15 mag 2017

Chi aiuta chi?

Spesso dietro il voler essere bravi e buoni, il voler aiutare qualcuno, nasce un grande inganno che ci tiene ancor più legati e identificati al personaggio origine di tutta la nostra sofferenza.

Non voglio dire che non vada bene cercare di essere di aiuto agli altri, anzi… ma di farlo partendo dalla consapevolezza che non c’è nessuno che aiuta nessuno ma solo forze d’amore in movimento che appartengono allo stesso Essere infinito e consapevole.

Rilassiamoci nel Sé per quanto più ci è possibile lasciando accadere, attraverso ogni nostra azione interiore ed esteriore, quel movimento consapevole dell’essere che sa trasformare ogni dolore in amore.

 

Carlotta Brucco

Spirito Fisica Brucco Telesca

 

 

16/05/17
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117. IL RISVEGLIO DEL TENERO SGUARDO

Mio figlio Elia di quattro anni e mezzo stamattina mi ha chiesto cos’è la Pasqua.

Gli ho risposto che questa festa è per ricordare che l’amore vince la morte.

Gli ho raccontato che Gesù, anche se aveva sempre e solo fatto del bene a tutti è stato tradito, umiliato, torturato e ucciso, ma lui ha continuato ad amare, e anche nel suo momento di massimo dolore è riuscito a dire: “Perdonali perché non sanno quello che fanno”. La forza del suo infinito amore gli ha permesso di risuscitare, cioè di vincere la morte.

Un uomo come lui avrebbe molto probabilmente avuto il potere di sottrarsi a quelle torture, a quella morte, ma non l’ha fatto proprio per dimostrare che è possibile essere più forti di tutto il dolore del mondo. La forza di cui parla però non appartiene al potere di essere qualcuno o qualcosa, di essere i migliori, i vincenti, ma appartiene al potere di essere amore.

Gesù ha aperto una via interiore per noi; passando attraverso quella esperienza, trasformando il dolore in amore, ha riversato nel collettivo umano quel processo interiore rendendolo disponibile a tutti.

Questo vuol dire che, anche vivendo esperienze difficilissime come il tradimento, la tortura, l’uccisione, noi come lui possiamo essere in grado di trasformare quel dolore in amore: ha aperto una via, un processo interiore per noi che possiamo percorrere semplicemente riconoscendo e accettando questa possibilità. Ci ha reso visibile e quindi attuabile una nuova possibilità di realtà.

La maggior parte di noi vive senza essere consapevole della propria immortalità: si considera uomo o donna con una storia ben definita, con un inizio e una fine. Questa visione limitata condiziona tutta la nostra vita portandoci a dare importanza a cosa non ce l’ha.

Il non vedere poi che non siamo persone distinte ma un unico Essere infinito e intelligente porta a tutta la sofferenza dell’umanità.

Tuttavia Gesù ha aperto una possibilità di felicità per tutti, qualunque sia il livello di consapevolezza: attraverso l’amore tutto ritorna a Casa, attraverso l’amore la consolazione accade ora e, passo dopo passo, risveglia anche la consapevolezza dell’Uno.

Amore però non è sentimentalismo ma un modo di guardare a tutto indistintamente. Amore è un tipo di sguardo dell’essere che come un sole porta tenerezza a tutto ciò che tocca.

Amore vince la morte se noi riusciamo a guardare la morte con tenerezza. Amore vince il dolore se riusciamo a guardare il dolore con tenerezza. Amore vince il tradimento se riusciamo a guardare il tradimento con tenerezza.

Il problema è che la maggior parte di noi si fa portavoce di una giustizia che non esiste credendo che non sia giusto portare amore al dolore.

Quello che dobbiamo comprendere per uscire da questo sistema di boicottaggio attuato da un falso senso di giustizia è cercare di slegarsi da ciò che crediamo l’oggetto del nostro dolore.

Se qualcuno ci tradisce sentiamo male dentro, una sensazione fisica di malessere ben distinta e localizzata. Ecco, smettiamo di portare attenzione a chi crediamo ci abbia fatto del male e cerchiamo invece di ascoltare quella sensazione percepita nel corpo abbracciandola. Iniziamo a guardare teneramente le sensazioni di dolore che proviamo, lasciando perdere chi crediamo sia la causa di esse.

Se percepiamo una sensazione di paura nella pancia, mettiamo le mani su quel punto e cerchiamo di guardare con tenerezza quella sensazione, proviamo ad abbracciarla, ad accarezzarla.

Sono le nostre sensazioni ad aver bisogno del nostro tenero sguardo, del nostro abbraccio. E ricordiamoci sempre che quelle sensazioni/frequenze sono le matrici di quello che viviamo come “mondo là fuori”. Quindi se vogliamo che il nostro amore arrivi anche “là fuori” dobbiamo imparare ad abbracciare le nostre sensazioni/frequenze di dolore. Il nostro tenero sguardo avrà il potere di mutare le nostre frequenze di dolore in amore.

L’altra sera, quando stavo mettendo a letto i bambini, Elia mi ha confidato che aveva paura dei mostri. Gli ho detto: “Stai scegliendo di aver paura, scegli altro”.

“Sì mamma, è vero!” ha urlato stupito. “La stavo scegliendo io… Non ho più paura!”

Scegliamo altro, possiamo ora, proprio ora, scegliere il modo con cui guardare a tutto; scegliamo uno sguardo di tenerezza anziché di paura, di rabbia, di rigidità… e ogni dolore sarà trasformato in amore.

Buon Pasqua di cuore a tutti voi!

Carlotta Brucco

 

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14/04/17
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116. LO SPIRITO DELLA FISICA

Sono molto felice di presentarvi il mio nuovo libro appena uscito: Lo Spirito della Fisica – Dialoghi sul Momento Presente, ed. Anima. È scritto sotto forma di dialogo tra me e l’altro autore, Riccardo Telesca, esperto di fisica quantistica. Le due prefazioni sono degli splendidi Erica F. Poli e Francesco Albanese; entrambi hanno saputo cogliere il cuore del testo e ad entrambi sono veramente grata.

Vi racconterò come è nato questo libro perché ha il sapore del magico.

Dovete sapere che sono sempre stata interessata alla fisica quantistica, ma per un motivo o per l’altro non ero mai riuscita ad approfondire l’argomento. Non nascondo anche il fatto che spesso è presentato in modo piuttosto complicato e io non amo quel particolare tipo di linguaggio.

Nei miei dialoghi con l’Infinito, quindi, avevo sempre manifestato questo interesse comunicandoGli apertamente il mio anelito ad approfondire la fisica dei quanti per vedere in che modo potesse avere dei punti in comune con la saggezza antica. Avevo infatti conosciuto l’essenza di tante tradizioni spirituali vedendo chiaramente il loro cuore comune, ma mi mancava la conoscenza della visione scientifica odierna. Se anch’essa avesse detto le stesse cose il quadro sarebbe stato completo. Io, tuttavia, non stavo cercando la classica versione della fisica accademica che sembra essere sempre un po’ datata, ma una aggiornata alle ultimissime scoperte. Sapevo che prima o poi il grande Uno avrebbe trovato un modo adatto a me per permettermi di acquisire consapevolezza in tale campo.

Un giorno mi scrisse un certo Riccardo Telesca chiedendomi se fossi disponibile a un’intervista per il suo blog di fisica quantistica; sarebbe stato un dialogo tra me e lui.

Quel post fu molto seguito, per cui Riccardo mi propose di continuare a scrivere e vedere cosa sarebbe venuto fuori. Io accettai con piacere perché sentivo che la risposta al mio desiderio stava prendendo forma. E passo passo nacque Lo Spirito della Fisica.

Il Grande Padre, tra tutte le persone sulla Terra che avrebbero potuto spiegarmi la fisica dei quanti, mi mandò lui, Riccardo, un essere speciale che non solo conosce perfettamente l’argomento ma che ne ha oltremodo fatto esperienza su di sé. Mi accorsi così, scrivendo questo libro, che potevo percepire l’essenza della fisica quantistica non solo con la mente ma anche e soprattutto con il cuore, con l’anima, con tutto il mio essere.

Ho fatto a Riccardo tantissime domande su ogni piccola sfaccettatura del cammino spirituale, pregandolo di tradurmele nel linguaggio della fisica, e ho scoperto che… scienza e spiritualità dicono esattamente la stessa cosa. Questo è meraviglioso!

Non più guerre per la verità, le chiavi dell’esistenza possono avere colore diverso ma sono le stesse! Inizia così la nuova era: siamo tutti Uno e l’amore è la misura che dobbiamo imparare per ritornare a Casa.

Questo libro è quindi una storia d’amore che è la storia di ognuno di noi, un amore che non è sentimentalismo ma quella giusta distanza da tutto, che ha il sapore della compassione.

Leggendo passo passo, senza fretta, permettendo che i concetti si rivelino come intuizioni dell’anima più che della mente, potrete essere guidati in una vera e propria meditazione che dura fino alla fine del libro. Dove la mente non arriva al concetto nell’immediato, non c’è infatti da disperare; proprio rimanendo lì in contemplazione, la consapevolezza di sé viene gradualmente risvegliata.

Il Grande Amore ha risposto al mio desiderio di vedere e sperimentare l’unione tra scienza e spiritualità e l’ha fatto in un modo che mi ha pienamente soddisfatto.

Grazie, ancora una volta grazie all’Essere che tutto È, all’Uno Intelligente, vera natura di ognuno di noi che ci conosce meglio di noi stessi poiché più vero e reale di quel noi stessi che crediamo erroneamente di essere.

A tutti voi che leggerete Lo Spirito della Fisica auguro di saper vedere al di là delle parole e di specchiarvi nel vostro vero volto felice.

Carlotta Brucco

Spirito Fisica Brucco Telesca

 

21/03/17
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115. IL SÉ

Ogni problema che pensiamo di avere è dato dal credere a una storia: la storia del me, del nostro personaggio, di ciò che crediamo di essere.

La nostra identità è legata a un nome e cognome e alla sua storia. Ma cosa accadrebbe se non ci pensassimo più? Cosa accadrebbe se non portassimo più l’attenzione su di noi, sul nostro passato e sul futuro? Ci saremmo ancora? Chi rimarrebbe?

Rimarrebbe un senso di essere, molto semplice e naturale, ma libero da ogni sofferenza. Rimarrebbe non qualcuno ma l’essere, l’Io Sono. È solo lì che la libertà accade. Ma questo “essere e basta” inizialmente ci spaventa perché svanisce l’identificazione con il personaggio che crediamo di essere, il che vuol dire che ci sentiamo sparire, allora ci irrigidiamo ancora e riprendiamo l’identificazione con il senso del me.

Finché portiamo attenzione al senso del me e alla sua storia non riusciremo a portare attenzione “all’essere e basta”.

La questione quindi è un mollare, non un ottenere; un lasciare la presa della propria identità finché si sveglia naturalmente la coscienza “dell’essere e basta”.

Ognuno di noi in questo momento percepisce già il Sé; il problema è che ci aggiunge un me, aggiunge quindi una storia, una identità separata da tutto, che chiama “io”, un passato, un futuro. Questa aggiunta del me all’essere crea la sofferenza della separazione e quindi una storia e tutti i problemi connessi.

Non è l’io che percepisce “l’essere e basta” perché questo “essere e basta” percepisce se stesso. Tuttavia, quando “all’essere e basta” si aggiunge il senso del me, nasce un sogno, un’illusione, una storia, il samsara, la ruota delle continue rinascite nella sofferenza.

Molti di voi pensano che il Sé sia qualcosa di speciale, fuochi di artificio di euforia o qualche sorta di immagine ideale di felicità, ma non è così; è lo stato più semplice e naturale che ci sia.

La coscienza del Sé non si risveglia con lo sforzo, con la fatica, con il pensiero ma solo con l’abbraccio a tutto quello che c’è ora. Sì, perché questo abbraccio permetterà di uscire dalle forze di attrazione e repulsione che mantengono e perpetuano l’identificazione con il personaggio. Abbracciando ogni immagine che ci sorge nella mente, che ci piaccia o meno, rilassiamo l’identificazione e questo permette l’emergere della coscienza del Sé.

Abbracciare ogni istante non vuol dire non agire, ma significa imparare a non reagire con attrazione e repulsione. Agirò ugualmente ma le mie azioni non saranno spinte da attrazione e repulsione. Dimorando nell’abbraccio a ogni istante permetterò al Sé di agire attraverso il personaggio che sarà usato solo come mezzo per stare a questo mondo, senza più identificazione.

Il Sé è uno stato naturale, semplice e spontaneo ma occorre accettare la disidentificazione dal senso del me per risvegliarne la consapevolezza.

Non tutti accettano di riconoscere l’illusorietà della propria storia personale. Ancora si vuole far vincere il me, ancora si vuole essere felici, potenti, amati, ancora si vuole che il proprio personaggio sia il migliore. Ma nessun io sarà mai libero e felice. È una battaglia persa in partenza semplicemente perché quell’io non esiste.

Possiamo però essere già da ora la felicità, la libertà, l’amore.

Pochi, tuttavia, accettano di “essere e basta” perché all’inizio la disidentificazione da tutto ciò che si crede di essere porta in un senso di smarrimento che intimorisce l’io. Solo chi avrà il coraggio di perdersi si ritroverà veramente.

Non c’è niente da ottenere, nulla da raggiungere, c’è solo un abbraccio continuo e totale a tutto quello che c’è; questo permette un rilassamento sempre più grande dove il senso del me illusorio pian piano svanisce come un sogno per ritrovarsi nell’essere uno con tutto e tutti.

Quello che occorre è quindi lasciarsi abbracciare da quel senso di “essere e basta” che ognuno già può sperimentare ora e non essere più interessati al senso del me e alla sua storia.

Sembra incredibile ma è il solo modo per essere gigli del campo e permettere alla vita di occuparsi di tutto.

Per vivere e per risolvere i problemi non abbiamo bisogno del senso del me, ma di dimorare nella nostra vera natura, il Sé. Allora, appunto, tutto… accadrà da Sé.

Carlotta Brucco

I Cinque Abbracci Carlotta Brucco   segreto-dell-essenza   meditazione-red

 

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20/02/17
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114. MANUALE DI SOPRAVVIVENZA CON I PROFESSORI

Per tutti gli studenti, ecco un pratico e visionario “manuale di sopravvivenza” con i professori…

1. Comprendete bene che il professore è un essere umano probabilmente stressato e pieno di problemi come tutti, che non ha voglia di essere ancora più stressato da voi. Quindi siate gentili. Imparate a usare l’arma della gentilezza che non è “fare i lecchini”. La gentilezza è un vero e proprio potere. Quando vi rivolgete a lui (o a lei) guardatelo negli occhi e fatelo sentire accolto. Anche se lui non è particolarmente gentile con voi, fategli sentire la vostra “Forza” (alla Guerre Stellari) e accoglietelo.

2. Ogni tanto chiedetegli come sta e interessatevi sinceramente a lui. Questo punto diventa potente se lo sentite veramente. Probabilmente il professore la prima volta si sentirà preso in giro in quanto è facile che nella sua visione siate fiere selvagge, ma quando vedrà che siete sinceri si rilasserà e si sentirà a suo agio.

3. Ricordate bene che il professore ha l’ingrato compito di insegnarvi qualcosa che probabilmente non è nemmeno ciò che lo appassiona, per cui farà un’enorme fatica a spiegare a voi ciò di cui gli interessa poco o niente. Se invece è appassionato della sua materia, il vedere poco interesse da parte vostra lo farà sentire terribilmente frustrato. E non riuscire nel suo intento potrebbe renderlo cattivo, quindi non meravigliatevi se la sua reazione vi sembrerà un po’ eccessiva. Per ovviare a questa reazione… dategli ascolto. Piuttosto tormentatelo di domande ma interagite, siate presenti, aiutatelo a rendere le sue lezioni vive, magari anche conflittuali ma vive.

4. Di tanto in tanto mettetevi seriamente nei suoi panni da tutti i punti di vista e chiedetevi cosa fareste voi al suo posto, ma siate sinceri con voi stessi. Poi potreste anche trovare il modo di comunicarglielo gentilmente dicendogli: “Mi sono messo nei suoi panni e ho capito quanto è difficile per lei avere a che fare con noi. Forse se lei facesse così… potrebbe essere più semplice e gratificante sia per lei sia per noi”.

5. Probabilmente il fatto di stare fermi su un banco per ore, impegnando la mente spesso in ciò che non vi interessa per nulla, vi fa sentire vicino alla pazzia e non riuscite a sopportare che qualcuno imperversi ancor più su questo vostro precario stato d’animo con le sue richieste e in alcuni casi con i suoi giudizi che a volte possono essere vissuti da voi come reali umiliazioni. Sappiate che anche il professore si sente come voi. Probabilmente può sentire che lo state facendo impazzire a tal punto che a volte per non finire in psichiatria ha bisogno di lasciar uscire un po’ della sua frustrazione sotto forma di gesti che possono apparire insensati. Cercate di capire che anche per lui è in una situazione complicata.

6. Il professore, come tutti, vorrebbe rispetto e pace. Il che vuol dire ancora sentirsi ascoltato e magari anche avere con voi una buona comunicazione. Se non vi sentite ascoltati e accolti dal vostro professore, fatelo voi per primi. Tutti insieme se potete. Mettetevi proprio d’accordo prima e decidete di farlo sentire ascoltato, ben voluto. Ma non provateci solo un giorno. Provateci finché lo vedrete sorridente e rilassato. Dategli attenzione, interazione. Non parlate tra di voi; parlate con lui. Se avete voglia di comunicare con qualcuno, fatelo con lui, possibilmente in relazione alla materia che sta cercando di insegnarvi. Lo farete felice e probabilmente gli verrà voglia di far felici anche voi.

7. Spero che abbiate capito che il professore non va combattuto ma abbracciato. Questo perché il vostro abbraccio è un’arma potente che può trasformare ogni relazione. Certo che abbracciarlo proprio fisicamente potrebbe essere difficoltoso… basterà anche immaginarlo. Poi se invece vi va di abbracciarlo tutti insieme dal vero, quando lo vedete particolarmente giù, chissà… magari lo farete sentire meglio.

8. Dopo che avrete migliorato la comunicazione con il vostro professore, potrete iniziare un dialogo per migliorare la vostra condizione di prigionia scolastica. Questo è il momento delle proposte. Riunitevi tra voi per farvi venire delle buone idee anche e soprattutto pratiche. Per esempio, magari a voi vanno meglio le interrogazioni programmate invece che essere estratti a sorte ogni giorno rischiando quotidianamente l’infarto? Proponeteglielo tutti insieme. Cercate tra voi studenti di pensare a un modo più sensato di imparare a scuola e proponeteglielo. Potete parlargli oppure scrivergli. Fate un elenco di punti che migliorano la condizione scolastica e che vi permettono di studiare con più interesse e facilità. Se non sapete cosa volete voi per primi, infatti, è molto difficile che venga in mente al prof.

9. Ricordate che la rivoluzione per migliorare il sistema scolastico e quindi la vostra vita presente e futura va fatta: è ora. E spetta a voi. Ma la rivoluzione non si fa con la guerra, la chiusura, il lamento e l’opposizione bensì con l’apertura, la gentilezza, la fermezza. La rivoluzione si fa con la creatività, con nuove proposte sensate attraverso una comunicazione intelligente, si fa con l’unione tra studenti che vedono, sentono e propongono ai prof un nuovo sistema, piccoli passi ma concreti, con la forza interiore di chi non ha rinunciato a essere felice.

10. Siete nati per essere felici, non potete dimenticarlo. Così come non lo devono dimenticare i vostri professori. E l’istruzione deve servire per insegnarvi a essere persone piene, appagate, conducendovi verso la fioritura dei vostri talenti e delle vostre passioni in modo che possiate contribuire alla ricchezza della vita con la vostra unicità.

11. Siete a scuola non solo per imparare a sopravvivere ma per imparare a vivere veramente. Cercate il modo, insieme ai vostri compagni, ai professori, da soli, sempre.

12. Imparate a essere visionari e non sognatori. Il sognatore vive nella mancanza della sua meta che crede forse possibile in un ipotetico futuro; si nutre di se e di ma. Il visionario invece sa vedere, immaginare, sentire la sua meta qui e ora, proprio come stesse accadendo in quel momento; è creativo perché si sa vedere e sentire felice nutrendosi ora di quell’appagamento che desidera. Sa generare la sensazione che gli manca vedendosi, sentendosi, immaginandosi così come vuole essere. Mentre vede nell’adesso la fioritura del suo essere, contemporaneamente però sa accettare, abbracciare i suoi limiti e le sue debolezze. Anzi ha capito che proprio provando tenerezza per tutto quello che non gli piace di sé (e poi quindi anche degli altri) sarà ancora più libero di creare la propria felicità.

13. Per essere felici bisogna prima sapersi vedere felici. Vedete, immaginate la scuola come vorreste che fosse; assaporate quella bella sensazione che ne deriva. La rivoluzione inizia da qui; nel vedere ora la realizzazione di ciò che vi sta a cuore. E agite, create. Divertitevi a creare un mondo nuovo; sappiate vedere e portare in vita, realizzare nuove possibilità di realtà. Ognuno di voi è prezioso perché possiede qualcosa di unico e speciale: una caratteristica, un talento, una passione, una capacità che deve essere tirata fuori per rendere migliore la propria vita e quella di tutti.

14. Vostro dovere è cercare e trovare questa vostra unicità, qualunque essa sia, e metterla al servizio della vita; solo così il vostro cuore impavido si accenderà, solo così sarete una luce per tutti.

Fate partire la rivoluzione: siate visionari, sappiate vedere la vostra e altrui felicità. E ricordate: tutto parte da un abbraccio. La vostra forza, il vostro potere sta nel saper abbracciare ciò che non vi piace di voi e degli altri proprio per poi poter essere liberi di far fiorire nuove possibilità. Nell’abbraccio tutto nasce, nella guerra tutto muore. Basta guerra dentro e fuori. È ora della pace.

Carlotta Brucco

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18/01/17
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113. BUON NATALE!

Natale è un giorno strano… per alcuni di grande gioia, per altri di grande tristezza.

Si festeggia la nascita di Gesù, ma questa festa è proprio un momento difficile per molti.

Spesso le persone caricano questo giorno delle più svariate aspettative: “Vediamo cosa mi regala quello… se quest’altra mi fa gli auguri… se mi invita a pranzo… se mi ringrazia e apprezza…”.

E chi normalmente si sente solo è facile che a Natale lo si senta ancor più.

Nella nostra visione collettiva la Santa Nascita è il momento dell’amore, forse con attenzione più a quello che si riceve che a quello che si dona, per cui l’immagine simbolica che ne deriva è una grande famiglia felice che pranza o cena riccamente insieme sotto un bellissimo albero illuminato sotto il quale posano molteplici pacchettini colorati.

Quanto più la propria situazione dista dall’immagine collettiva trainante tanto più può avere origine sofferenza. Quindi il problema è proprio la visione collettiva del Natale!

Proviamo allora a chiederci con la massima sincerità: “Qual è la mia visione, la mia immagine simbolica del Natale? E come mi vedo rispetto a questa?”.

Proviamo insieme a creare una visione di queste feste che porti veramente pienezza.

Si festeggia sì la nascita dell’Amore che il Cristo ci ha donato con la sua venuta, ma ancor più si potrebbe dire che si festeggia la nascita della possibilità reale che l’Amore del Cristo possa sorgere anche in noi.

Proprio questo si dovrebbe festeggiare: la reale possibilità di potere essere amore.

Quindi l’immagine che potremmo far sorgere del Natale è la visione di noi in amore.

Potremmo onorare il Cristo immaginando in noi manifestata la possibilità che ci ha offerto. Quanta bellezza, quanta grazia!

E allora chiediti: “Come mi Vedo nella piena manifestazione dell’amore che sono? Come mi sento? Come mi muovo? Cosa faccio? Come incontro gli altri?”

Ecco che la forte immagine collettiva non ha più potere; nasce in noi un’altra visione, magari quella di noi felici e appagati nell’essere in amore con la vita, con noi stessi, con gli altri. L’immagine del Natale potrebbe diventare per noi il vederci offrire un abbraccio a qualcuno, oppure potremmo vederci preparare i regali sempre come dono del cuore oppure vederci in una preghiera sentita per tutto il mondo. Ognuno ha la sua.

Se l’immagine di partenza muta e diventa il simbolo dell’amore che siamo, il Natale può essere magnifico per tutti. Festeggiare e incarnare la possibilità dell’essere amore porta pace in qualunque circostanza ci si trovi.

Allora salutiamo l’immagine collettiva illusoria e ideale del Natale, che più che altro è focalizzata sulla mancanza d’amore, e diamo vita all’immagine che incarna il dono del Cristo per noi: la possibilità della nostra felicità attraverso l’essere un bellissimo sole che irradia tutta la tenerezza dell’universo.

Vediamoci e sentiamoci radianti, abbracciando ogni istante con il desiderio di condividere questa serenità e questa tenerezza con tutto, con tutti. Diamo vita a preghiere, biglietti d’auguri, doni, gesti, parole, tutto ciò che ci permette di condividere la possibilità che ci ha portato il Cristo.

Festeggiamo questa possibilità immaginandola e dandole vita.

Lo facessimo anche solo per un giorno, sarebbe un bel regalo per tutto l’universo… perché anche l’infinito ha bisogno del nostro amore.

Cari amici, vi auguro un Buon Natale!

Carlotta Brucco

 

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19/12/16
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112. LA STORIA CHE HA BISOGNO DI AMORE

La libertà è uno stato naturale, così la felicità, ed è il nostro stato reale, vero, presente già ora. La domanda da porci quindi è: “Perché non lo sentiamo?”.

L’ostacolo al percepire la nostra vera natura d’amore, infinita Presenza intelligente, è una concezione errata, che reiteriamo fino a farla diventare un credo: il nostro ego e la sua storia. Detta in altre parole, soffriamo a causa delle storie che ci raccontiamo, prima tra le quali la storia che ci definisce.

Chi siete? Provate a dirvi o a scrivere chi siete. Dite tutto ciò che pensate veramente descrivendo nei dettagli la vostra persona. Potete anche raccontarvi la vostra storia.

Mentre vi raccontate la vostra vita, provate a guardarvi da fuori come se fosse la storia di un personaggio di un film. Il problema infatti è l’identificazione con quella storia. Provate a guardarla teneramente come se non vi appartenesse. Provate a chiedervi profondamente: “Sono veramente io quel personaggio? La mia identità è veramente quella?”.

Ponetevi queste domande senza cercare subito la risposta. Attendete ascoltando la domanda. Attendete permettendo alla domanda di farvi prendere consapevolezza della risposta. Non abbiate fretta di trovare la risposta con la mente, non è quella che serve, ma ripetetevi profondamente la domanda per tutto il tempo che serve finché la risposta emergerà da sola sotto forma di consapevolezza.

La nostra storia serve all’infinito per riportarci a Casa, per farci vedere tutto il dolore che dobbiamo trasformare in amore; è un ologramma simbolico che ci mostra cosa dobbiamo amare più profondamente.

Siamo tutti uno, certo, ma affinché accada la consapevolezza di questo è necessario abbracciare tutto il dolore che abbiamo vissuto e che viviamo.

Mentre continuiamo il processo di disidentificazione con la nostra storia raccontandocela, soffermiamoci su tutti i punti, su tutti gli eventi che hanno creato chiusura, repulsione, dolore… e abbracciamoli, guardiamoli da fuori con tenerezza, poiché per ricordarci di essere amore è necessario amare tutto ciò che ci ha fatto e che ci fa soffrire.

Ricordiamoci che abbracciare il nostro nemico non vuol dire viverci insieme o doverlo vedere per forza; l’amore, nell’illusione olografica della realtà, ha una sua giusta distanza da tutto. Posso immaginare di abbracciare qualcuno senza vederlo mai più.

La giusta distanza dalle varie persone è proprio quella che ci permette di abbracciarle. E la distanza non è solo un fattore fisico, ma anche interiore. Spesso ci si aggancia a una persona con attaccamento, la si vuole controllare, la si tiene stretta perché si crede di aver bisogno di lei. Oppure la si respinge perché le si dà il potere di ferirci. Anche interiormente è necessario trovare la giusta distanza da ogni ente per poterlo abbracciare.

Certo, siamo tutti uno, non c’è nessuna distanza da tenere da nessuno, visto che esiste solo l’eterna Presenza d’amore, ma finché non c’è la consapevolezza di questo e, anzi, proprio per risvegliarla, è necessario partire dalla percezione di sé e del mondo attuale, e se questa è duale è necessario abbracciare teneramente tutto ciò che si respinge, tutto ciò che non si accetta.

img_5048La paura è un punto della nostra storia che richiede amore. E visto che “amore” è una parola difficile da intendere, è meglio dire “tenero abbraccio”.

Se riesco ad abbracciare tutte le mie paure, tutto ciò che respingo, ma anche tutto ciò che afferro (tener stretto non è un tenero abbraccio), le onde di luce che formano l’ente che crediamo di essere ritornano nella giusta misura (aurea) per poter accelerare oltre la luce stessa e “sfondare il presente”… Ecco, in quel momento si ritorna a Casa; il sogno di separazione è svanito.

Insomma, per divenire consapevoli della nostra vera natura di unità e amore, è necessario iniziare ad abbracciare ogni dolore finché si trasforma in amore. Perché l’abbraccio riporta tutte le nostre distorsione alla giusta misura (aurea) e questo permette il risveglio alla Presenza.

Nel fare questo iniziamo a guardarci da fuori; guardiamo teneramente da fuori il nostro senso del me, la nostra storia, sentendo sempre più che non è la nostra vera natura.

Non cerchiamo con la mente l’unità, piuttosto accogliamola istante per istante iniziando a riunire il tutto nel nostro abbraccio.

Ascoltiamo, assaporiamo il nostro presente senza pensarlo, amiamolo profondamente e perdiamoci nel suo abbraccio per ritrovarci Uno con tutto. Per essere figli dell’attimo occorre vivere senza storia, poiché la nostra unica identità è l’infinito.

E per vivere senza storia occorre amare profondamente quella che crediamo di aver vissuto, allora ci permetteremo di accorgerci che in questo momento non può esserci nessun’altra storia che l’infinita Presenza d’amore.

Carlotta Brucco

 

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Credits Img: Web

10/11/16
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111. CORSO-SHOW “COME TI VEDI?”

In questo post voglio parlarvi di una cosa che a me sta molto a cuore: un nuovo modo di passare a tutti le chiavi per la libertà.

Spesso seguire gli insegnamenti che permettono l’autoconoscenza è un po’ “pesante”, nel senso che alcune persone vivono il percorso che conduce alla felicità come qualcosa di faticoso se non noioso. Visto che invece la libertà è uno stato naturale dell’essere umano ho sempre pensato che ci si potesse arrivare anche in modo molto più leggero e, perché no, anche divertente. Cosa avrei dato per poter imparare le materie di scuola in modo più simpatico! Il principio di cui vi parlo è un po’ lo stesso, solo che la materia è l’Educazione alla Felicità.

Io e il mio team abbiamo creato uno spettacolo che è anche un corso per apprendere i principi fondamentali della via verso la pienezza.

Gli sketch di due attori si alterneranno con i miei interventi, per portare lo spettatore nella dimensione delle possibilità; ognuno verrà accompagnato con una risata dalla condizione passiva del sognatore a quella creativa del visionario.

Sarà uno show vero e proprio con musiche coinvolgenti, ballerini, proiezioni… molto, molto coinvolgente ed emozionante! E contemporaneamente sarà un corso dove verrà spiegata l’essenza del Cammino verso Casa.

Tutto questo accadrà a Padova il 25 novembre 2016 con il corso-show “Come ti vedi?” – Potrete acquistare i biglietti anche online sul sito www.cometivedi.it oppure a questo link.

Ci tengo a dire che il 50% degli utili sarà devoluto a Emergency e il restante 50% servirà per sovvenzionare le spese vive del nostro progetto “Educare alla Felicità” nelle scuole che (vista la inesistente disponibilità economica delle scuole italiane per progetti simili) ci permetterà di portare gratuitamente nelle classi scolastiche e a tutti i ragazzi le semplici chiavi per essere felici visionari, consapevoli delle propria pienezza e dei propri talenti che tanto potranno essere utili a sé e al mondo.

Nostra intenzione è infatti portare questo corso-show nelle scuole medie e superiori continuando il lavoro che abbiamo già iniziato da qualche anno in alcuni licei.

Non posso dimenticare gli sguardi accesi dei ragazzi che passo passo durante il nostro intervento comprendono che essere liberi e felici è una reale possibilità. Ho visto commuoversi fino alle lacrime alcuni di loro come se avessero ricevuto un regalo tanto atteso.

Questo è il mondo che vorrei e che vedo nelle mie visioni: un mondo nuovo dove tutti si danno una mano con gioia e tenerezza condividendo la propria unicità, non per essere buoni agli occhi degli altri, non per elemosinare accettazione, valore o stima, ma per il gusto di creare, per dar senso alla propria vita, per il desiderio di vedere anche gli altri felici.

L’uomo nuovo è in grado di vedere pienezza anche se i mass media urlano mancanza, e se un numero sufficiente di persone riuscirà a vedere la luce nel buio… luce accadrà.

Non nutriamoci di odio, non di tristezza e risentimento, lasciamo andare i giudizi, i sensi di colpa e i pensieri sconfortanti, cerchiamo piuttosto di nutrirci di frequenze di gioia, di accettazione e perdono, nutriamoci di tenerezza. Sarà sufficiente accettare di vederci splendenti; creiamo visioni ricche di pienezza per noi, per il mondo. Che bel regalo per tutti sarebbe!

Siamo tutti uno: partiamo da questa consapevolezza per ricordarci che ogni attimo di tenerezza che proviamo andrà a nutrire ogni essere vivente.

Cari amici, vi aspetto a Padova il 25 novembre; per favore condividete con quanti più potete questo evento in modo che tanti abbiano la possibilità di vedere la propria felicità.

Grazie,

Carlotta Brucco

 

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13/10/16
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