L'Abbraccio che Libera

Con questo blog desidero risvegliare la consapevolezza sul potere dell’abbraccio come modalità di difesa nei confronti di se stessi e degli altri. Comprendere come abbracciare teneramente ogni nostra e altrui debolezza, paura, dolore, ogni lato oscuro che vorremmo non avere, ogni evento e situazione difficile, ogni nostro pensiero ed emozione, ci permetterà di realizzare la magia di quella morbidezza necessaria per fluire liberi con la Vita, quella morbidezza indispensabile per riuscire a entrare in quell’eterno presente che è la porta del Regno dei Cieli.

Carlotta Brucco

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128. L’IMMAGINE DELL’EGO

Dietro a ogni pensiero, parola, azione, c’è sempre un’immagine di se stessi che crediamo sia da difendere. Proprio questa difesa è l’origine della nostra sofferenza.

Proteggere un’immagine non è la salvezza, quanto piuttosto riconoscerne l’illusorietà fino a spogliarsi da essa. Vediamo in pratica cosa vuol dire.

Ieri parlavo con una donna sul cammino della conoscenza di sé riguardo i selfie che condivideva sui social. Le chiesi il motivo che la spingeva a postare l’immagine di sé e lei mi disse che era un amorevole atto di condivisione della sua gioia derivata dal visitare quei magnifici luoghi di sfondo ai selfie.

Le proposi di cercare l’immagine da difendere dietro questo “amorevole” gesto di condivisione della propria gioia, ma le dissi anche che a quel punto il gioco si sarebbe fatto duro e che avremmo continuato solo se veramente avrebbe avuto intenzione di essere sincera con se stessa per andare in profondità.

Scelse di continuare. Le chiesi allora di osservare quell’immagine di sé tanto “felice e amorevole” e di ascoltare per un po’ le sensazioni provate nel corpo, soprattutto a livello dei chakra.

Mi disse: “Non so perché ma sento qualcosa che si irrigidisce nel plesso solare”.

”Ok, va bene, prova a vedere se quell’immagine nasconde una motivazione diversa dalla condivisione amorevole”.

“Sì”, continuò lei, “forse vedo che in realtà voglio mostrare agli altri questa immagine di me; non è tanto una condivisione amorevole, ma più un vedete quanto sono felice e fortunata!

“Che immagine vuoi dare agli altri di te?”

“Quella di una donna fortunata, forte e felice”, rispose lei.

“Perché vuoi mostrare quell’immagine di te?”

“Perché se gli altri mi vedono così è come se mi dessero conferma che è veramente così. L’immagine appare anche ai miei occhi più vera…”

“Ti accorgi che la maggior parte della tua energia vitale viene spesa per difendere e sostenere questa immagine ai tuoi occhi e a quelli degli altri? Questo vuol dire che dietro a ogni tuo pensiero ci sarà quell’immagine a urlare con forza Riconoscetemi!”

“Sì, ascoltandomi bene sento rigidità al plesso solare. Sento fatica e stanchezza. Vedo che ho passato tutta la vita a difendere questa immagine con rigidità e pretesa”.

“È così… Allora sono il voglio e non voglio che creano sofferenza? Volere quell’immagine e non volere l’opposto creano tutta la sofferenza che provi… e non il fatto che quell’immagine sia o non sia confermata… perché quell’immagine non è e non sarà mai ciò che sei veramente. La tua vera natura non ha niente a che vedere con alcuna immagine. È credere di essere quell’immagine a generare dolore.

“Ma procediamo per passi e osserva bene: quell’immagine è ciò che tu sei veramente?”.

“No”.

“Perché no? Come fai a dirlo?”.

“Perché posso guardare quell’immagine quindi sono colei che guarda e non l’immagine stessa”.

“Sì, ottimo… E chi è colei che guarda? Può essere un’ immagine colei che guarda?”

“No, altrimenti sarebbe sempre l’oggetto e mai il soggetto”.

“Allora perché da tutta la vita difendi un oggetto che non è te? Perché ti arrabbi se qualcuno mette in discussione l’immagine di te brava, forte e amorevole, se quell’immagine non sei veramente tu?”.

“Già, e chi sono io ‘veramente’ allora?”.

“Questa è una buona domanda, ma intanto osserva cosa non sei. Prendi coscienza di tutte le immagini di te che cerchi di difendere a ogni pensiero, parola, azione. Vedi chiaramente la loro illusorietà e che quindi un’immagine vale l’altra. Se uno ti odia o ti ama è così importante? Amerà o odierà solo un’immagine che non appartiene a ciò che sei veramente. Perché scaldarsi tanto a difendere un’illusione? … La tua vera natura è inattaccabile”.

“Mi sembra che fin ora ho lottato per imporre continuamente un’immagine di me. Ma c’è violenza in questa imposizione! Sento violenza ora nell’imporre continuamente immagini di me che voglio che tutti accettino e amino”.

“Buona cosa! Siamo arrivati alla violenza. Allora che ne è del tuo gesto amorevole di condivisione e della tua gioia?”.

“Non vedo più né gioia né amore… cosa triste, molto triste!”

“Lascia che la tristezza accompagni il dissolversi dell’illusione finché si tramuterà in un’apertura del cuore… lascia semplicemente che quell’immagine si dissolva… non è reale, lasciala andare. Quella gioia e quell’amore che legavi all’immagine non erano reali. Solo un’immagine da difendere. O forse lo sono stati per un istante, ma poi ecco che l’immagine ancora compare con l’identificazione a quella e l’attimo svanisce: ricompare la storia, il passato, il futuro, l’inganno.

“Credere di aver bisogno di un’immagine non permette alla consapevolezza di superare la struttura egoica di dolore. Lascia che ogni immagine di te si dissolva così che accada quello spoglio da ogni immagine che permette l’Io Sono. Il soggetto. Il solo soggetto che esiste. Senza l’immagine da difendere e imporre, non vi sono più oggetti, solo un unico soggetto: Dio, l’Amorevole presenza, Te, Tutti, Tutto. Il soggetto e l’oggetto sono uno”.

“È terribile e liberante allo stesso tempo!”.

“Sì, terribile per l’ego e liberante per ciò che sei veramente e per tutti quanti, perché quando le tue immagini di sogno svaniscono, la luce della consapevolezza splende per tutti”.

“Ho compreso, da ora avrò più consapevolezza del padrone che starò servendo: l’io o Dio”.

 

Carlotta Brucco

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23/05/18
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127. IL TUO PARTNER NON È DIO

Mi invitarono a prendere il caffè e una signora mi disse: “Il mio compagno non mi rende felice, non capisce ciò di cui ho bisogno. Cosa devo fare? Forse non è l’uomo per me”.

Le risposi: “Se tu vedessi ciò di cui hai bisogno veramente, ti accorgeresti che il tuo uomo non c’entra niente. È un concetto errato pensare che lui possa appagare il tuo desiderio di felicità”.

Lei continuò imperterrita: “No, no, sono sicura, voglio proprio che sia così. Vorrei che mi abbracciasse di più, soprattutto quando sono giù, che mi ascoltasse profondamente dandomi l’impressione di capire e che comprendesse che i lavori di casa vanno fatti, punto. Vorrei che mi portasse più spesso fuori a cena e che mi facesse i regali giusti al momento giusto e anche che si prodigasse nell’organizzazione di qualche viaggio decente. Vorrei che mi facesse sentire importante e insomma, per dirla giusta, che capisse bene come rendermi felice”.

Mi misi a ridere divertita e la signora mi chiese il motivo. Le dissi che aveva scambiato quel povero uomo per Dio. Ma non quel Dio umanizzato che sembra una persona. Nemmeno Gesù Cristo avrebbe potuto corrispondere alle sue aspettative! Anzi soprattutto e proprio un essere pio non l’avrebbe mai fatto, perché i nostri bisogni nascono non per essere esauditi ma per farci vedere meglio le distorsioni che li hanno creati. Stava scambiando il suo uomo per quel Dio il cui nome è Sé.

La felicità che stava cercando sarebbe potuta arrivare solo dalla conoscenza della propria vera natura. L’insoddisfazione provata era creata dalle frequenze/credenze, spesso ereditate, proiettate sull’altro. Le dissi che non vedeva il suo uomo ma la storia proiettata su di lui.

“E questa storia cosa dice, da dove proviene?”, mi chiese lei.

Le risposi di osservare bene tutti i pensieri, credenze, visioni e sensazioni in relazione al suo compagno.

Mi raccontò una serie di giudizi la cui essenza diceva “lui non è in grado di amarmi come voglio io”, che, andando a indagare più a fondo, nascondeva un altro assunto: “non merito di essere amata”.

Le chiesi allora di osservare bene se sua madre o suo padre provassero la stessa sensazione, detto in altro modo, se uno dei due avesse quella credenza.

Lei mi disse: “Mia madre, assolutamente, identica alla mia”.

Si rese conto che i giudizi sul suo compagno non solo erano proiezioni, ma visioni ereditate. Sua madre vedeva suo marito così come lei vedeva il suo compagno.

Quasi svenne. Per tutta la vita si era detta che mai avrebbe avuto un rapporto come quello dei suoi genitori. E invece ora si era accorta che ne stava riproducendo uno uguale. Aveva criticato il modo in cui sua madre si era sempre rapportata a suo padre e ora aveva visto chiaramente che lei stava facendo la stessa identica cosa.

“Ma sei io vivo le frequenze ereditate che creano storie da me proiettate… vuol dire che non ho mai visto il mio compagno per quello che è?”, mi chiese lei.

“Esatto!”, risposi io, “così come non hai mai visto te stessa per quello che sei veramente”.

“E perché accade questa orrenda cosa?”, continuò lei.

Ero felice di questa domanda perché voleva dire che la signora simpatica stava entrando nel nocciolo della questione, così le spiegai che noi ereditiamo le frequenze/visioni disarmoniche dalla linea familiare per curarle, per renderle armoniche. L’Infinito Intelligente, attraverso di noi, o meglio attraverso l’illusione della personalità, fa esperienza del viaggio di ritorno delle frequenze disarmoniche all’amore perché questo Lo arricchisce di informazione. Il nostro vero lavoro è quindi quello di portare tutto il dolore che proviamo all’amore. Questo dolore è infatti formato dalle frequenze che passano da genitore a figlio finché non vengono risolte.

“Come dovrei fare allora per curare queste frequenze che mi perseguitano?”, chiese ancora lei sconsolata.

“La cura si chiama attenzione amorevole; offri ascolto e amore a ogni sensazione di sofferenza. Se senti paura alla pancia, tocca quel punto con tenerezza e porta lì tutto l’amore che puoi finché senti che la paura si dissolve. Ci può volere del tempo, giorni, mesi, anni… non avere fretta. Quando te la senti, per qualche momento, offri amore al tuo dolore”.

“E facendo così”, mi domandò lei, “vedrò il mio compagno veramente per quello che è? Sai… magari mi accorgo che è un poco di buono… non c’é mica da scherzare!”.

Sentivo il suo desiderio di conoscenza, anche se mi divertiva il fatto di quanto le interessasse sapere chi fosse veramente il suo uomo, così le risposi: “Riportando pian piano le onde disarmoniche all’amore, sarai in grado sempre più di scorgere quei meravigliosi spazi silenziosi nei quali vedrai lui per quello che è”.

“E cioè? Dai dimmi… tu sai già chi è lui veramente?” chiese ancora lei.

Lui è te, tu sei lui”, risposi io, “ma finché non lo sperimenterai, le mie saranno solo parole”.

La signora sorrise, fece silenzio per un attimo e poi disse: “Grazie, ho capito che per vedere chiaramente chi è lui devo prima conoscere bene chi sono io…”.

“Sì proprio così. Parti da lì. Quando passo passo scoprirai che la tua persona è solo una storia, comprenderai di essere la consapevolezza che tutto è. Solo allora non avrai più bisogno di essere amata da qualcuno perché sarai l’amore stesso”.

Lei si alzò dalla sedia, si mise la giacca improvvisando un balletto, poi si avvicinò e guardandomi profondamente negli occhi disse: “Voglio essere l’amore stesso… questa cosa mi piace!”

Si voltò e uscì dal bar continuando a danzare.

Carlotta Brucco

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13/04/18
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126. LETTERA DI UNA MADRE AGLI INSEGNANTI

Caro professore,

vorrei farti delle domande alle quali mi piacerebbe avere risposta sincera.

Quante volte hai umiliato un tuo studente? Quante volte ti sei rivolto a un bambino facendolo sentire un incapace? Quante volte hai trattato male un adolescente colpendolo nella sua autostima perché magari non ha fatto le cose come volevi tu? Quante volte lo hai deriso di fronte a tutti? Quante volte gli hai distrutto quell’immagine di sé abbastanza serena che tanto a fatica stava iniziando a maturare? Quanta ansia gli hai fatto provare?

Credi che quel tremendo batticuore prima di ogni interrogazione gli serva per crescere meglio? Credi che un 3 difficilmente recuperabile sia più educativo di un 5 che lascia aperta con più serenità la possibilità di farcela?

Ancora qualche domanda alla quale veramente vorrei avere risposta…

Con quale sentimento nutri i tuoi studenti? Cosa provano in tua presenza? E cosa provi tu mentre insegni la materia che dovrebbe appassionarti?

Lo so che a volte i ragazzi sono veramente impossibili, ingestibili, e che spesso è necessario usare maniere forti, ma ci sono tanti modi di essere forte e autorevole. Immagino che anche per te sia difficile, ti senti pressato in tante direzioni, ma lo è sicuramente più per loro; tu hai già le tue difese, hai già imparato a chiuderti al mondo dietro le tue convinzioni, loro no, stanno ancora cercando un modo per essere felici. O forse è proprio questo che vuoi passare ai tuoi ragazzi: che non c’è speranza…?

Tu credi ancora nella felicità? Sii sincero… con te stesso. Stai facendo quello che ti piace? Ti piace insegnare? Oppure ti senti una vittima di questo sistema che non lascia spazio ad altro che ai protocolli?

Mi spiace, sento la tua sofferenza, sento il tuo cuore trafitto dalle dure prove della vita, e probabilmente stai cercando di educare i tuoi studenti come sei stato educato tu. Vuoi prepararli alla vita in questo modo perché forse pensi il più appropriato. Forse credi veramente che l’umiliazione rafforzi e che l’ansia faccia crescere efficienti… proprio come è servito a te. Ma… a te… è servito?

Cosa pensi veramente dei tuoi studenti? Apri loro il tuo cuore per farli sentire, se non amati, almeno accolti, accettati, ben voluti? Ascolti ciò che veramente vogliono comunicarti, con i loro sguardi, con le loro parole spesso spezzate e dette male? Sei consapevole delle loro effettive difficoltà che possono andare ben oltre il “non ha voglia di studiare”?

Sai quali sono i sentimenti e i pensieri più frequenti dei tuoi studenti? Hai mai provato a chieder loro come si sentono veramente? Hai mai provato a chieder loro che immagine hanno di sé? Anche solo chiedendo questo, scopriresti un mondo sconosciuto che vive in ognuno di quei ragazzi che ti stanno davanti tutti i giorni.

Forse pensi che tutto questo non ti riguarda, che il tuo ruolo sia solo quello di entrare in classe e spiegare geometria o la grammatica inglese… Sì giusto… ma in che modo fai tutto questo? Insieme alle formule o alle regole grammaticali passa il sentimento con il quale tu insegni.

Cosa vuoi da loro? Per favore risponditi a questa domanda. Prepararli bene nella tua materia? Sì, certo, ma come si sentono mentre imparano?

Forse questo non ti interessa, ma io rifaccio la domanda: cosa provano i tuoi studenti mentre insegni la tua materia? Che sentimenti scorrono nei ragazzi mentre sei con loro?

Questa è una chiave antica, caro professore. E se riuscirai a insegnare nutrendo tutti loro di buon umore, serenità, accoglienza, sorriso, fiducia, stima… tu sarai felice. E loro anche. E quando la lezione sarà finita, magari sarai stanco per esserti messo così in gioco, ma ti sentirai bene, veramente bene, quel bene che si prova quando si sta facendo sul serio qualcosa per il mondo.

I miei figli ti stanno aspettando, sai? I figli di tutto il mondo ti stanno aspettando, caro professore. Per favore, non deluderli. Inizia subito, oggi. Grazie per assumere un ruolo così difficile e importante.

E se, invece, tu che leggi, è già tanto che sei un vero prof dal cuore aperto e sincero… grazie, sei prezioso, non mollare, c’è tanto bisogno di te.

Carlotta Brucco

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7/03/18
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125. RELAZIONI DIFFICILI

Ognuno di noi ha bisogno di relazioni. Fin da bambini il contatto con la mamma soprattutto, e poi con il papà, è stato fondamentale per la nostra crescita equilibrata. Anche se molti di voi diranno che il vostro rapporto genitoriale non è poi stato così sano come avreste desiderato, non importa: osservate quanto sia sempre stato importante per voi la ricerca di un relazione soddisfacente.

Ma cos’è questo scambio? Credo si possa riassumere in questa frase: “Io Vedo te, tu Vedi me”.

Ovviamente nella maggioranza dei casi questo non può avvenire, in quanto le dinamiche difensive e reattive personali rendono possibile unicamente la relazione con le proprie proiezioni, date dai propri condizionamenti limitanti. Detto in altre parole normalmente la relazione non avviene con l’altro in quanto tale, ma avviene con i nostri limiti, con le nostre visioni distorte ereditate dagli avi e dal collettivo. Tutto quello che vediamo sono le idee che abbiamo dell’altro create dai nostri condizionamenti; praticamente ci relazioniamo con noi stessi. Quello che vediamo dell’altro non è l’altro ma la nostra personalità, cioè quel groviglio di frequenze ereditate alle quali hanno dato un nome e un cognome.

Ci relazioniamo quindi con le frequenze di sofferenza ereditate che dobbiamo curare e che quindi ritornano in una coazione a ripetere finché non le portiamo a coerenza cioè a uno stato armonico sufficiente per andare oltre.

Faccio un esempio: la compagna di Giacomo legge un libro seduta sulla poltrona alle ore 19.00. Voce nella testa di Giacomo che rientra dopo il lavoro: “Invece di farmi da mangiare, occupandosi di me come una brava donna dovrebbe fare, è lì a far nulla! Invece io, poveretto, che ho lavorato tutto il giorno e porto a casa i soldi per farle fare una bella vita… Non è giusto. bla bla bla bla…” (può continuare per ore, come un vero e proprio film).

Questa voce nella testa che sente Giacomo è data da una frequenza, cioè da un sentire profondissimo che potremmo chiamare “povero me, io sono bravo, che faccio il mio dovere, e l’altro si prende gioco di me” non è data da una realtà oggettiva. Se non si comprende questo, non c’è speranza!

Questo sentire o frequenza molto probabilmente è la stessa della madre o del padre di Giacomo (dipende da quale linea genetica è attiva per quell’ambito). Le frequenze ereditate, che sono delle vere e proprie visioni con un potere creativo, sono spesso di mancanza, per cui generano sofferenza e sono un vero e proprio habitat naturale nel quale ci si sente a casa. Il nostro corpo stesso, dentro la pancia della mamma, si è formato in quelle frequenze. Viviamo dentro di esse e per questo motivo le proiettiamo fuori, su qualsiasi evento accada. Ci sembrano la realtà quando invece sono solo il sapore nel quale siamo immersi. Sono solo un sapore preesistente, un colore ereditato, il suono della mamma attraverso il quale guardiamo la vita.

Guardiamo ora come vive la stessa situazione Sara, la compagna di Giacomo.

Le voci nella testa di Sara sono: “Oggi sono talmente esausta, se non mi fermo un attimo per ritemprare la mia anima crollo in depressione. Tanto Giacomo di sicuro mi capirà e non avrà problemi se ritardo la cena di mezz’ora.”

Poi entra Giacomo in casa dal lavoro, vede che Sara è sulla poltrona a leggere, quindi nascono le voci nella sua testa ereditate dalla mamma, e reagisce chiudendosi a Sara, iniziando a relazionarsi a lei con distanza e indifferenza. Allora nascono in Sara altre voci interiori di reazione alla chiusura di Giacomo: “Ecco, è distante, non mi ama più, si vede che ha trovato un’altra o non gli vado più bene: è finita. Me lo diceva mia madre che non è possibile una relazione felice con un uomo”.

Mettiamo che Sara abbia ereditato dalla mamma proprio la frequenza/credo/visione del “non è possibile una relazione felice con un uomo” e quindi proietti quella frequenza su ogni chiusura di Giacomo, che invece avviene per tutt’altri motivi da quelli che pensa Sara; cosa accadrà alla loro relazione? Si sono incontrati Sara e Giacomo durante questo evento? Si sono visti, hanno avuto uno scambio? Oppure si sono semplicemente relazionati con le proprie personali proiezioni delle frequenze ereditate? Semplice ed evidente è la risposta.

La stessa cosa avverrà tra di loro per molti, molti altri eventi di vita quotidiana, finché le dinamiche quotidiane di chiusura di entrambi, non viste e non curate, rovineranno la loro storia.

Dobbiamo rassegnarci a relazionarci con le nostre frequenze ereditate invece di incontrare l’altro? Ovviamente no.

Ma dobbiamo capire perché questo avviene, cioè dobbiamo capire a fondo il motivo per cui incontriamo sempre le nostre frequenze. Il motivo è semplice: per curarle.

L’universo ha bisogno dei nostri passaggi interiori dal dolore all’amore: lo arricchiscono di possibilità di realtà nella manifestazione. Sì perché Lui è perfetto e possiede tutte le possibilità di realtà nello stato immanifesto, ma per arricchirsi delle possibilità di realtà nello stato di manifestazione si racconta la storia della dualità, dove diventa il molteplice, dove diventa tante persone con tante storie diverse. Ogni storia è un viaggio immaginario dall’Uno al due e dal due all’Uno. Ogni storia è sacra e unica, perché è nata per arricchire l’Infinito di esperienza, o meglio di passaggi dal due all’Uno, cioè di passaggi dal dolore all’amore.

Per questo tutte le frequenze ereditate hanno la loro funzione e si ripetono nelle generazioni e nel collettivo finché il viaggio dal dolore all’amore non sarà stato compiuto.

Questo è il nostro vero lavoro, il motivo per cui esistiamo: riportare le nostre frequenze di sofferenza all’amore.

È proprio per questo che non vediamo altro che quelle. È per questo che vengono proiettate su ogni evento e si ripetono ancora e ancora. Vogliono essere riportate all’amore. Perché questo è il nostro sacro servizio all’universo.  Passo passo anche il dolore dell’identificazione alla persona che crediamo di essere tornerà all’amore: ecco allora che si risveglierà la consapevolezza della nostra vera natura, Dio anziché io.

Ma come si porta una frequenza di sofferenza all’amore? Cosa vogliono le nostre frequenze di dolore?

Vogliono solo attenzione. Vogliono una costante e continua tenera attenzione. La stessa affettuosa attenzione che daremmo a un piccolo bambino che urla perché sta male. Forse non lo accoglieremmo abbracciandolo e facendolo sentire amato? Forse non staremmo con lui per tutto il tempo necessario?

La stessa cosa vale per le nostre frequenze di dolore; riconosciamole, ascoltiamole con coraggio senza scappare, offrendo a esse tutta l’attenzione e l’amore che daremmo a un bambino ammalato.

Quando avranno ricevuto abbastanza attenzione e amore semplicemente svaniranno per lasciar posto a quello spazio meraviglioso di pace e chiarezza che c’è dietro a ognuna di esse.

Solo allora saremo in grado di incontrare veramente l’altro per onorare la sacralità del vero scambio che si compie“nell’Io sono te, Tu sei me”.

 

Carlotta Brucco

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2/02/18
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124. CARO BABBO NATALE

Caro Babbo Natale,

lo so che esisti davvero come intelligenza, amore, possibilità e magia nel cuore, nell’anima di tutti gli esseri e in tutto il creato. Per questo mi rivolgo a te.

Credo tu sappia bene quante persone disperate si sentano isolate da tutto il mondo, sole e senza amore. La mia richiesta è per loro, quel “loro” che comunque non è separato da me.

Vorrei per Natale che più nessuno sentisse quel senso di solitudine e separazione da tutto… in fondo questo sentire doloroso è solo un errato concetto della mente, non è reale. Perché, allora, non ti manifesti nei cuori di tutti gli uomini come possibilità di sentire che non esiste separazione alcuna? Che ne dici di far sparire dal mondo quel senso di solitudine che porta gli esseri a non sentirsi amati?

Sarebbe un bel regalo per l’umanità e chissà quante cose cambierebbero; le manipolazioni del potere non avrebbero più motivo di esistere.

L’altro non è più altro, ma è me, o almeno una parte di me. Come sarebbe il mondo se ognuno di noi sentisse l’altro come una parte di sé? Con che occhi guarderemmo chi ha opinioni diverse dalle nostre? Che faremmo di fronte a chi non ci apprezza se lo riconoscessimo come una parte di noi?

E se tutto quello che ci sembra esterno a noi fosse solo una parte del nostro essere che chiede di essere amata per ritornare a essere percepita come nostra?

Caro Babbo Natale, aiuta gli esseri a riconoscere tutto e tutti come parti di sé da abbracciare fino a sentire che non esiste altro che un unico Sé. Mostra a ogni persona che non esiste persona, non esiste nome e cognome, non esiste storia ma solo un unico Sé, quell’Essere e basta nel quale io sono te e tu sei me. Non più separazione, non più isolamento, non più paura, non più sofferenza.

Caro Babbo Natale, fai che le persone trovino il coraggio di guardare dietro la loro storia personale per scorgere la magnificenza della propria vera natura. Non si trova nella storia, ma nello spoglio da questa fino a rimanere nudi nell’essere e basta di questo istante.

C’è coscienza in questo momento, ognuno di noi proprio ora è coscienza di questo momento.

Nell’accorgermi di essere nient’altro che coscienza qui, ora, tutto è in me e io sono in tutto, ma nessuna persona, nessuna storia, nessun passato, nessun futuro, nessun fuori, nessun dentro.

Caro Babbo Natale, fai vedere all’umanità che essere e basta non richiede sforzo perché è la nostra vera reale condizione, mentre non lo è il voler essere qualcuno che irrigidisce e separa ciò che per natura è uno.

Mostra, ti prego, a ognuno che può riposare per sempre nel cuore d’amore di questo preciso momento.

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Risposta di Babbo Natale:

Cara Carlotta, ti rispondo subito… Chiunque sarà disposto a mollare la propria storia personale per essere coscienza dell’adesso sperimenterà la propria magnifica natura divina.

Tuttavia, così pochi desiderano spogliarsi veramente del passato e del futuro per dimorare nel corpo dell’istante! Le persone vogliono combattere per sentirsi speciali agli occhi di qualcuno, non anelano alla semplicità dell’essere e basta. Vogliono essere amate, non essere amore. E quindi cosa posso fare io, se non rispettare il libero arbitrio?

Ti prometto, comunque, che mostrerò la possibilità della libertà a tutti quelli che faranno silenzio per ascoltare veramente. Chi, nel silenzio della mente, aprirà il suo cuore all’attimo, sarà toccato dall’amore e mai più si sentirà solo.

 

Grazie, grande Padre…

Buon Natale a tutti!

 

 

Carlotta Brucco

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19/12/17
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123. LE DIFFICILI SCELTE DI MAMMA E PAPÀ

L’aspetto più difficile di essere genitori è forse il dover compiere delle scelte per i propri figli fin dalla nascita. Allattare, sì, no, quanto? Come svezzare, in che modo, dormire nel lettone sì o no? Per non parlare poi di quando si ammalano e bisogna scegliere tra i diversi approcci medici: tachipirina sì dai 38, no mai, o solo quando supera i 40 gradi? Antibiotico o tutta la farmacia omeopatica? Asilo nido sì, no, oppure meglio baby sitter, nonna o mollare il lavoro direttamente? E che asilo scegliere, che scuola, che sport? E TV sì o no, o solo mezz’ora al giorno? Carne sì o no, coca cola, zuccheri e dolci sì, quanto, o mai?

Per non parlare poi quando sono adolescenti con le loro continue e assurde richieste: “Mamma, anche se ho 14 anni non capisco che problema c’é se esco senza dirti dove vado, visto che non lo so ancora, e torno domattina”, “Mamma, se non mi lasci andare in discoteca, ti odierò per tutta la vita!”, “Che problema c’è se vado in centro città vestita come in spiaggia, se mi piace così?”, “Mamma, sono malato, ho il raffreddore, non è proprio il caso che vada a scuola, nessuno va con il raffreddore, e se ci vado io di sicuro i prof mi rimandano a casa”, “Mamma, visto che non riesco mai a entrare a scuola in orario e il preside è furioso, puoi dirgli per favore che entro tutto l’anno 10 minuti dopo?” E parlo di dialoghi e richieste realmente accaduti! E non sono i peggiori…

Insomma da quando questi figlioli nascono è difficile capire quali siano le scelte più appropriate su ogni fronte. Se ci si confronta con gli altri, spesso si è ancora più confusi di prima perché i pareri sono tanti e discordi. E allora che fare?

Con i miei quattro figli (3, 5, 14 e 17 anni) mi trovo di fronte a questa domanda incessantemente. Perché ci sono diversi modi di crescere ed educare queste anime che ci sono state affidate, e io ho scelto quello dell’ascolto vero, sincero e profondo. Ascolto del loro essere, del mio, delle varie possibilità che si presentano ricordandomi che ognuno è diverso e che c’è una scelta per ogni momento, e non una scelta giusta e una sbagliata a priori.

C’è anche chi cresce i figli seguendo il prontuario sociale e collettivo del giusto e dello sbagliato… ma io non ce l’ho mai fatta a seguirlo.

Dal primo figlio mi sono chiesta cosa volesse dire essere una buona madre e ho scoperto che non è l’essere perfetta e nemmeno l’essere come gli altri si aspettano io sia. La perfezione è un concetto errato che spinge a un confronto con un ideale inesistente e impedisce l’essere veramente se stessi, impedisce l’ascolto necessario per crescere insieme.

Così ho provato a mettermi in ascolto di me, dei bambini, della situazione da affrontare. Un ascolto vuoto, altrimenti non può essere vero ascolto; vuoto da ogni verità, da ogni certezza, vuoto da ogni concetto di giusto e sbagliato. E ho provato a rimanere lì senza fretta di decidere, aspettando un’intuizione di chiarezza sull’azione da farsi. Questa intuizione è sempre arrivata.

Non so se le mie scelte nei loro riguardi siano e siano state quelle giuste… ma ho già detto che non credo al giusto e allo sbagliato a priori. Sento di essere una buona madre quando ho fatto del mio meglio per ascoltare sinceramente e a fondo il momento con tutti i suoi elementi, raccogliendo tutte le informazioni possibili a tutti i livelli di cui posso essere consapevole, e aspettando la chiarezza per agire. Allora so che il risultato appartiene al flusso naturale della vita e lo accetto anche se a volte non è quello desiderato.

Lo scopo di un genitore comunque dovrebbe essere quello di aiutare il figlio ad accrescere in consapevolezza, fare in modo che si faccia quelle domande che lo spingano poi nel corso di tutta la vita a trovare se stesso. Cerco di spingere i miei figli all’autonomia in ogni direzione, ma prima di tutto cerco di passar loro la coscienza della responsabilità della propria libertà che va di pari passo alla consapevolezza di sé.

Quando i più grandi devono fare delle scelte, non le faccio io per loro ma li spingo all’ascolto profondo di sé, finché nasce chiarezza. Dico loro di considerare tutti gli elementi della situazione per poi ascoltarli nel corpo per un po’. Che significa questo? Ogni ipotesi di soluzione, ogni elemento della situazione da affrontare, se ascoltata nel corpo, provoca sensazioni, un sentire che, se ascoltato attentamente per un tempo sufficiente, porta la chiarezza dell’azione da compiere. Rifletto mentalmente ma ascolto dal cuore il sentire che ne deriva, senza giudizio; ripeto questo passaggio più e più volte finché nasce una soluzione che mi soddisfa. Questo passaggio è un processo di consapevolezza che stimola la conoscenza di sé.

Ogni evento difficile da affrontare, infatti, non è altro che il riflesso di un nostro aspetto interiore da portare in armonia. La matrice di questo evento è quindi proprio la frequenza percepita dentro di noi. Quella frequenza matrice ha terribilmente bisogno della nostra affettuosa attenzione e la richiede probabilmente da generazioni. Sì, perché quelle frequenze dolorose spesso si tramandano nelle generazioni finché non sono risolte, e non vengono risolte finché non si sentono profondamente amate.

Per amore intendo un’attenzione affettuosa particolare da offrire proprio a tutte le sensazioni di scompenso che proviamo nel corpo: paura, rabbia, insoddisfazione ecc. Questa attenzione affettuosa è la bacchetta magica che ci serve non solo per curare la sofferenza che proviamo da tutta la vita, ma anche per aver a che fare con i nostri figli.

L’attenzione… l’amorevole attenzione… non cerchiamo di afferrare questo concetto pensandolo, quanto piuttosto sentendolo nel cuore. Sì perché i nostri figli (con tutti i loro aspetti difficili) hanno bisogno della nostra attenzione affettuosa, che non ha niente a che vedere con il viziarli e proteggerli da tutto, ma con una particolare qualità dell’esserci.

Quell’amorevole attenzione è l’ascolto prezioso che passo passo porta al risveglio della consapevolezza che non esiste separazione alcuna tra noi e loro, ma che siamo Uno in quell’essere e basta che tutto È.

Spero che i miei figli colgano un giorno dietro tutta l’imperfezione che vedono in me anche il grande amore che ha motivato ogni mio passo nei loro confronti. Così colgo ora dietro tutta l’imperfezione che ho visto nei miei genitori anche il grande amore dietro ogni loro passo nei miei confronti.

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Carlotta Brucco

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21/11/17
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122. IL CIELO IN TERRA

C’è un’urgenza in questo momento storico, un’urgenza importante per tutti, il cui risultato dipende da tutti noi.

Affinché la quarta dimensione possa manifestarsi nel collettivo umano è necessario non aver paura, il che vuol dire letteralmente non farsi catturare da frequenze discordanti quali preoccupazione, rabbia ecc. Tutto attorno a noi sembra invece richiamare questo genere di reazioni; veniamo nutriti dai mass media, dalla cosiddetta informazione, con notizie che sembrano fatte apposta per generare in noi paura e rabbia. Perché? Perché c’è così tanto interesse nel “nutrire” il popolo umano con frequenze avvelenate?

E se fossero proprio le basse frequenze a impedire alla quarta dimensione di verificarsi nel collettivo? Se fosse così, quale strategia potremmo attuare?

Per intenderci, la quarta dimensione è quella del cuore, quella della consapevolezza che il senso del me è un’illusione, quella nella quale si scopre che l’amore vince ogni paura, quella del risveglio della forza del collettivo, nel senso “dell’Io sono Te”, quindi non faccio all’altro quello che non voglio sia fatto a me. Per intenderci la quarta dimensione è ciò che potremmo chiamare paradiso.

Il Sole, attraverso le particolari vibrazioni delle sue eruzioni, ha già recentemente portato il pianeta Terra in quarta dimensione, solo che il collettivo non potrà avvertirlo veramente finché non avrà raggiunto la massa critica, cioè un numero sufficiente di persone che abbiano generato in sé le frequenze della nuova dimensione.

Questo vuol dire prendere fiducia nell’apertura del cuore, nell’abbraccio a tutto ciò che c’è, nella sincerità, nella consapevolezza di non essere qualcuno o qualcosa ma di essere e basta.

Come si cambia una frequenza di paura?

Il modo più semplice e immediato è abbracciandola. Il che vuol dire offrire affettuosa attenzione alla frequenza stessa percepita nel corpo finché allenta la sua tensione. Altro metodo buono è bilanciare i pensieri generando l’opposto.

Per esempio se pensiamo “questo evento mi farà del male”, possiamo accorgerci di poter pensare contemporaneamente anche “questo evento sarà affrontato e risolto da me nel migliore dei modi”.

La consapevolezza di poter contemplare contemporaneamente i due pensieri opposti bilancerà le forze reattive di attrazione e repulsione, che per noi si traduce in pace. Teniamo gli opposti insieme nel cuore osservandoli semplicemente dalla stessa fonte neutrale.

Possiamo anche usare l’immagine che abbiamo di noi. Chiediamoci: “Come mi vedo in questa situazione?”, accogliamo qualunque cosa sorga e proviamo a trasformare quell’immagine in pienezza anche con l’aiuto del divino. La risultante sarà la trasformazione di una frequenza di mancanza in pienezza.

Questi sono solo esempi di metodi, ma ognuno può usare comunque quello che più preferisce anche in accordo al percorso e alle esperienze fatte: preghiera, mantra, meditazione… quello che funziona per voi.

Il punto è rimanere sempre in ascolto per essere consapevoli della sensazione, frequenza che si sente scorrere dentro e, se non è armonica, fare di tutto per trasformarla.

Questo lavoro ha un potere enorme non solo per noi ma per tutto il collettivo, perché ciò che scorre in noi scorre nel collettivo: siamo una cosa sola.

Ogni volta che generiamo pace, amore, apertura di cuore, perdono, riverseremo quelle frequenze in tutto il genere umano e questa è la cosa di cui c’è più bisogno in questo momento.

Quindi il gioco è: fermare la paura collettiva con l’amore, con la tenerezza, con l’abbraccio, con la consapevolezza di non essere quella stessa paura, ma accorgerci che semplicemente ci sta attraversando e che possiamo guardarla da fuori quindi offrirle affettuosa attenzione finché si trasforma in pace.

La vita legge le frequenze in noi, non gli eventi. Allora portiamo attenzione sulle sensazioni che ci attraversano, sganciandole dagli eventi che pensiamo le abbiano causate. Rimaniamo per un po’ con il nostro dolore, con la nostra paura, con la nostra tristezza, vedendo chiaramente che abbiamo il potere di scegliere che farne.

In questo momento è importantissimo nutrirci di frequenze elevate e coerenti, non importa quanto orribile ci sembri il mondo attuale, non importa!

Cerchiamo di portare attenzione non sulle nefandezze che si perpetuano ovunque, ma sulla visione di un mondo nuovo basato sulle leggi di amore e rispetto per tutti. Allora se lo sapremo vedere… così sarà. Tuttavia, per vederlo fuori (anche se il dentro e il fuori sono concetti errati), dobbiamo prima saperlo vedere in noi attraverso la trasformazione di ogni frequenza di mancanza in pienezza. Questa è la sfida, questo è il servizio prezioso per il mondo che ognuno di noi può offrire proprio ora, vivendo la propria vita quotidiana.

Porgere l’altra guancia vuol dire accorgersi di quanto l’amore e l’apertura di cuore vinca su tutto.

È ora di dimostrarlo in primo luogo a noi stessi perché questo è lo strumento che abbiamo per contribuire a portare il Cielo in Terra.

Carlotta Brucco

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11/10/17
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121. SOLO DIO RESTA

Perché cerchiamo tutta la vita di rendere felice una persona inesistente? Sì, proprio una persona che in realtà non esiste: quel “me” che crediamo di essere è una concezione errata della mente, un pensiero, un’immagine, una storia.

Eppure lo sentiamo forte; il senso di identità preme con tutte le sue emozioni che sembra l’unica cosa veramente reale. Strano pensare che non sia vero.

C’è da approfondire. A essere reale, infatti, è quella percezione di essere, di esistere, molto naturale che ognuno già percepisce sempre. Il problema nasce quando a questa consapevolezza naturale di “essere e basta” si attacca il pensiero di me, mio nome e cognome, mia storia con un passato e futuro, e ci si identifica profondamente con quel pensiero fino a non riconoscere più la spontanea realtà preesistente.

Il credere a questo pensiero di me come individuo separato da tutto, con una sua precisa storia nel tempo, è l’origine della sofferenza.

La felicità o ancor meglio la libertà non accade a quell’io illusorio, ma accade proprio quando l’identificazione si rilassa, cede, svanisce, si dissolve nella propria vera natura del Sé.

La mente ordinaria si ribella a questa presa di coscienza perché si sente svanire, anche se a sparire sarà solo un’illusione, un pensiero identificato, un’immagine.

Il punto quindi non è ottenere qualcosa, raggiungere una meta, l’illuminazione, ma lasciar cadere l’interesse per i pensieri errati di identificazione a un io inesistente, finché la consapevolezza di Sé, sempre presente, apparirà in tutto il suo splendore.

Cosa c’è prima che nasca il pensiero “io”? Il Sé, quell’essere e basta che tutto è, Dio.

Il pensiero di me e la sua storia vive nel tempo, vive di passato e di futuro, mentre nell’adesso c’è solo il Sé. Finché l’attenzione si sposterà dall’attimo ci sarà sempre un io illusorio. Quindi quello che cerchiamo è ora o non può essere mai. E nell’ora c’è quell’essere e basta, quella consapevolezza di essere tutti quell’essere e basta, tutti Uno.

Tutti Uno, tutti un solo Dio… il cui sapore è Amore.

Guardo i miei 4 figli… Se porto l’attenzione sulle loro storie, sulla mia, su quella del mondo con tutta la sua dolorosa impermanenza, nasce paura. Paura della sofferenza, paura di ciò che dovranno affrontare, paura delle ingiustizie di questo sistema, paura di tutto il dolore che l’essere umano prova nella sua fragilità… e dalla paura nasce il controllo, quell’irrigidimento che non mi fa più fluire e che mi sposta solo nel “voglio, non voglio” non permettendomi più di Vivere ora.

C’è una scelta allora a priori che compio. Sulla storia, sulle tante e diverse storie mie e altrui, e quindi sui pensieri, pensieri e pensieri, oppure scelgo di portare l’attenzione su quella percezione di essere e basta, quello spazio infinito d’amore prima di ogni pensiero nel quale sparisce ogni separazione.

Se lasciamo che l’attenzione sia dolcemente e affettuosamente attratta dall’essere e basta fino a essere Quello, vedremo chiaramente che c’è solo Dio, null’altro, solo il Sé, solo Amore e quel Dio vive tutte le nostre vite, solo Lui, solo Amore infinito e intelligente.

Non ci sono figli, non ci sono madri, padri, non ci sono persone né storie, solo Dio, solo il Sé che attraverso l’esperienza di tutti i ruoli arricchisce se stesso di manifestazione.

Allora guardo i miei figli e non vedo altro che Dio… quel Dio che sorride consapevole del suo gioco e che non ha bisogno di me. Allora lascio anche me svanire nel Sé.

Solo Dio resta. Tutti siamo solo Quello.

 

Carlotta Brucco

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5/09/17
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120. CHE COSA DESIDERIAMO VERAMENTE?

La maggior parte delle persone desidera soldi per una vita sempre più agiata, bellezza e/o ricchezza e/o cultura e/o spiritualità per risultare attraente, essere apprezzata, stimata, amata.

Pace, libertà, risveglio, illuminazione sono gli ennesimi desideri di un io che soffre perché non ha ottenuto quello che voleva.

L’inganno è il desiderare, l’aspettarsi dalla vita qualcosa di più di quello che c’è ora. Non c’è tanta differenza tra il desiderare l’illuminazione e il desiderare di diventare ricchi. Sono sempre storie create da quel personaggio che crediamo di essere, solo storie di fantasia prive di fondamentale realtà. Sì, il senso del “me” e la sua storia non può aver vita nell’adesso ma solo nel passato e nel futuro, quindi non realmente esistente.

Solo quando si inizia a intravedere che il pensiero “io” è solo una storia di fantasia priva di fondamentale realtà, è possibile che la vita prenda il sopravvento.

Vita significa tutto quello che accade ora senza di me, quel me che crede di essere separato da ogni essere e cosa. Vita è l’adesso che è l’unica nostra identità.

Non è una condizione nichilistica piuttosto è la pienezza dell’essere, dell’essere e basta, quell’essere senza confini che diviene contenitore di tutto quello che c’è ora.

Quindi finché la consapevolezza dell’inesistenza dell’io non si desta, non sarà possibile vivere veramente. Nessuna illuminazione: solo vita. Nessuna esperienza difficile da ottenere, non si ottiene niente proprio perché non c’è nessuno che deve ottenere nulla. C’è solo vita. Ma l’io non è disposto a lasciar spazio a ciò che c’è ora e basta. L’io ha bisogno delle sue storie che dirottano l’attenzione sul passato e sul futuro quindi sull’illusione.

Indagare questo io. Chi sono io? Ma sebbene sia un’indagine che parte dalla mente e la si inizia pensando perché è l’unica cosa che si sa fare, a un certo punto si andrà oltre la “mente che mente” e apparirà spontaneo quello che è sempre stato.

Chi sono io se smetto di pensarmi? Chi sono io se non mi cerco più? Che ne è della mia storia se non la penso più?

Si percepisce un implicito dovere a pensarsi ancora e ancora, quasi un obbligo dettato da un’antica memoria della specie. Devo portare costante attenzione sulla mia persona e la sua storia perché se non lo faccio non sopravvivo? Non è così. Liberiamoci da questo falso e illusorio obbligo di occuparsi del senso de me… la vita accade lo stesso e meglio. Non pensare all’io e alla sua storia non vuol dire non fare più nulla, non assolvere agli impegni quotidiani. Anzi la vita accadrà con chiarezza, presenza, bellezza in tutta la praticità delle nostre attività.

Non pensare al senso del me e alla sua storia non significa pensare ad altro, ma essere attenzione pura all’essere e basta che contiene tutto ciò che c’è qui e ora.

Sembra complicato ma è la cosa più semplice che possiamo fare.

E se non fossi il mio nome e il mio cognome, ma l’attimo che accade ora? E se il passato e il futuro avessero valenza di un sogno di una notte? E se quello che crediamo essere la nostra storia fosse reale quanto il film che abbiamo visto ieri al cinema?

Iniziamo così. A mettere in dubbio l’io e la sua storia. Guardiamo la nostra storia dal di fuori, come se non ci appartenesse, come non ci fosse mai appartenuta; guardiamola con tenerezza. Un istante di tenerezza. Solo un istante.

Guardiamo teneramente a quell’io che vuole amore, potere, fama, ricchezza, bellezza come a un semplice personaggio di una storia inventata. Diamoci almeno questa possibilità. E se fosse così? Lasciamo almeno aperta questa possibilità. Permettiamo al sistema pensiero-io di vacillare un istante per permettere alla nostra vera natura di fare breccia. Questo è un processo naturale, la vita è naturale, spontanea. Lasciamo che sia.

Dal 12 al 19 agosto terrò un ritiro in Umbria in un bellissimo ashram/agriturismo immerso nella natura per condividere con chi lo desidera la bellezza di ciò siamo veramente.

Chi fosse interessato scriva a: m.galandrini@neom.it

Buone vacanze a tutti!

Carlotta Brucco

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13/07/17
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119. ABBRACCIARE GLI OPPOSTI

Se voglio essere una brava madre proverò attaccamento per l’immagine ideale di me come brava madre, ma contemporaneamente a ciò proverò repulsione per l’immagine di me come cattiva madre. Questo movimento di attrazione e repulsione tra immagini, pensieri, concetti condizionati opposti origina sofferenza. Vogliamo una cosa e rifiutiamo quella contraria.

Questa storia che ci siamo creati di voglio e non voglio origina conflitto e dolore, ma soprattutto non permette alla vera natura di ciò che siamo di manifestarsi. Finché lotteremo tra gli opposti vedremo solamente l’io che crediamo di essere identificandoci con la sua storia passata e futura.

Come si fa a fermare questa corsa impazzita che non va da nessuna parte? Un modo utile per uscire da attrazione e repulsione è imparare ad abbracciare gli opposti.

Prendete un’immagine di voi che volete preservare o ottenere. Per esempio l’immagine di voi competente nel vostro campo o l’immagine di voi idealmente perfetta da tutti i punti di vista. Questa immagine di perfezione vi piacerà particolarmente e la desidererete fortemente. Contemporaneamente questo implica il rifiuto dell’immagine di voi limitata.

Due immagini: quella della nostra perfezione e quella delle nostre limitazioni. Voglio l’una, non voglio l’altra. La credenza dentro di noi è che usciremo dalla sofferenza quando realizzeremo l’immagine che desideriamo. Ci diamo da fare così tutta la vita per divenire l’immagine ideale e per scappare da quella che non ci piace, costruendo in questo modo passo passo la nostra gabbia.

La porta della liberazione si trova invece nel mezzo dei due opposti, là dove il due si riscopre uno. Per tornare a casa dovremo quindi iniziare ad abbracciare allo stesso modo sia l’immagine che desideriamo sia quella che vogliamo evitare.

Proviamo a guardare da fuori le due immagini di noi opposte in modo neutrale, come se chi le sta guardando non avesse storia, non fosse una persona ma solo sguardo affettuoso. Proviamo a voler bene a queste due immagini dando amorevole attenzione a entrambe. Lasciamo che questa affettuosa attenzione sia un fuoco che brucia ogni attrazione e repulsione.

Forse per un istante potrete già da subito percepire una specie di riposo dalla lotta che porta una grande pace.

Nostro dovere non è combattere tra il voglio e non voglio, ma aprire la porta che sta in mezzo e questo accade quando si abbraccia entrambi allo stesso modo.

Provare tenerezza per gli opposti non significa non agire più, anzi lo si farà con maggior chiarezza, ma non con il fine di trovare una felicità inesistente. La mia azione non sarà più motivata dal voler sostenere un’immagine e scappare dall’altra, ma dall’accogliere il fluire della vita di questo momento. L’azione sarà motivata da una spontaneità chiara e consapevole che avrà il sapore di una danza con il tutto.

Fuori da attrazione e repulsione si percepirà quella pace imperturbabile che non dipende dagli accadimenti ma dal prendere dimora al centro del ciclone. Da quel centro tutto diverrà mano a mano più chiaro: il riconoscimento dell’illusorietà del senso del me maturerà come un fiore in primavera e quindi fiorirà la consapevolezza di essere non qualcuno o qualcosa, ma di essere e basta.

Allora questo istante sarà il nostro intero essere, ci sarà solo il toccare, il gustare, il guardare qui e ora. Questo essere e basta senza storia, senza passato e futuro conterrà l’uccellino che in questo momento canta, il rumore dell’auto che in questo momento passa, il profumo della rosa che in questo momento profuma, la puzza di immondizia del camion della nettezza urbana che in questo momento si ferma davanti a casa… e tutto sarà perfetto così com’è.

Tutto è già perfetto così com’è, ma solo nell’attimo… non in quella storia di attrazione e repulsione che ha come attore principale qualcuno che porta quello che crediamo sia il nostro nome e cognome.

Iniziamo a far silenzio veramente finché si manifesterà la nostra vera natura: quel silenzioso, amorevole essere e basta nel quale accadono tutte le storie dell’universo. Gustiamoci ogni film…

Carlotta Brucco

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14/06/17
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