L'Abbraccio che Libera

Con questo blog desidero risvegliare la consapevolezza sul potere dell’abbraccio come modalità di difesa nei confronti di se stessi e degli altri. Comprendere come abbracciare teneramente ogni nostra e altrui debolezza, paura, dolore, ogni lato oscuro che vorremmo non avere, ogni evento e situazione difficile, ogni nostro pensiero ed emozione, ci permetterà di realizzare la magia di quella morbidezza necessaria per fluire liberi con la Vita, quella morbidezza indispensabile per riuscire a entrare in quell’eterno presente che è la porta del Regno dei Cieli.

Carlotta Brucco

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124. CARO BABBO NATALE

Caro Babbo Natale,

lo so che esisti davvero come intelligenza, amore, possibilità e magia nel cuore, nell’anima di tutti gli esseri e in tutto il creato. Per questo mi rivolgo a te.

Credo tu sappia bene quante persone disperate si sentano isolate da tutto il mondo, sole e senza amore. La mia richiesta è per loro, quel “loro” che comunque non è separato da me.

Vorrei per Natale che più nessuno sentisse quel senso di solitudine e separazione da tutto… in fondo questo sentire doloroso è solo un errato concetto della mente, non è reale. Perché, allora, non ti manifesti nei cuori di tutti gli uomini come possibilità di sentire che non esiste separazione alcuna? Che ne dici di far sparire dal mondo quel senso di solitudine che porta gli esseri a non sentirsi amati?

Sarebbe un bel regalo per l’umanità e chissà quante cose cambierebbero; le manipolazioni del potere non avrebbero più motivo di esistere.

L’altro non è più altro, ma è me, o almeno una parte di me. Come sarebbe il mondo se ognuno di noi sentisse l’altro come una parte di sé? Con che occhi guarderemmo chi ha opinioni diverse dalle nostre? Che faremmo di fronte a chi non ci apprezza se lo riconoscessimo come una parte di noi?

E se tutto quello che ci sembra esterno a noi fosse solo una parte del nostro essere che chiede di essere amata per ritornare a essere percepita come nostra?

Caro Babbo Natale, aiuta gli esseri a riconoscere tutto e tutti come parti di sé da abbracciare fino a sentire che non esiste altro che un unico Sé. Mostra a ogni persona che non esiste persona, non esiste nome e cognome, non esiste storia ma solo un unico Sé, quell’Essere e basta nel quale io sono te e tu sei me. Non più separazione, non più isolamento, non più paura, non più sofferenza.

Caro Babbo Natale, fai che le persone trovino il coraggio di guardare dietro la loro storia personale per scorgere la magnificenza della propria vera natura. Non si trova nella storia, ma nello spoglio da questa fino a rimanere nudi nell’essere e basta di questo istante.

C’è coscienza in questo momento, ognuno di noi proprio ora è coscienza di questo momento.

Nell’accorgermi di essere nient’altro che coscienza qui, ora, tutto è in me e io sono in tutto, ma nessuna persona, nessuna storia, nessun passato, nessun futuro, nessun fuori, nessun dentro.

Caro Babbo Natale, fai vedere all’umanità che essere e basta non richiede sforzo perché è la nostra vera reale condizione, mentre non lo è il voler essere qualcuno che irrigidisce e separa ciò che per natura è uno.

Mostra, ti prego, a ognuno che può riposare per sempre nel cuore d’amore di questo preciso momento.

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Risposta di Babbo Natale:

Cara Carlotta, ti rispondo subito… Chiunque sarà disposto a mollare la propria storia personale per essere coscienza dell’adesso sperimenterà la propria magnifica natura divina.

Tuttavia, così pochi desiderano spogliarsi veramente del passato e del futuro per dimorare nel corpo dell’istante! Le persone vogliono combattere per sentirsi speciali agli occhi di qualcuno, non anelano alla semplicità dell’essere e basta. Vogliono essere amate, non essere amore. E quindi cosa posso fare io, se non rispettare il libero arbitrio?

Ti prometto, comunque, che mostrerò la possibilità della libertà a tutti quelli che faranno silenzio per ascoltare veramente. Chi, nel silenzio della mente, aprirà il suo cuore all’attimo, sarà toccato dall’amore e mai più si sentirà solo.

 

Grazie, grande Padre…

Buon Natale a tutti!

 

 

Carlotta Brucco

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19/12/17
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123. LE DIFFICILI SCELTE DI MAMMA E PAPÀ

L’aspetto più difficile di essere genitori è forse il dover compiere delle scelte per i propri figli fin dalla nascita. Allattare, sì, no, quanto? Come svezzare, in che modo, dormire nel lettone sì o no? Per non parlare poi di quando si ammalano e bisogna scegliere tra i diversi approcci medici: tachipirina sì dai 38, no mai, o solo quando supera i 40 gradi? Antibiotico o tutta la farmacia omeopatica? Asilo nido sì, no, oppure meglio baby sitter, nonna o mollare il lavoro direttamente? E che asilo scegliere, che scuola, che sport? E TV sì o no, o solo mezz’ora al giorno? Carne sì o no, coca cola, zuccheri e dolci sì, quanto, o mai?

Per non parlare poi quando sono adolescenti con le loro continue e assurde richieste: “Mamma, anche se ho 14 anni non capisco che problema c’é se esco senza dirti dove vado, visto che non lo so ancora, e torno domattina”, “Mamma, se non mi lasci andare in discoteca, ti odierò per tutta la vita!”, “Che problema c’è se vado in centro città vestita come in spiaggia, se mi piace così?”, “Mamma, sono malato, ho il raffreddore, non è proprio il caso che vada a scuola, nessuno va con il raffreddore, e se ci vado io di sicuro i prof mi rimandano a casa”, “Mamma, visto che non riesco mai a entrare a scuola in orario e il preside è furioso, puoi dirgli per favore che entro tutto l’anno 10 minuti dopo?” E parlo di dialoghi e richieste realmente accaduti! E non sono i peggiori…

Insomma da quando questi figlioli nascono è difficile capire quali siano le scelte più appropriate su ogni fronte. Se ci si confronta con gli altri, spesso si è ancora più confusi di prima perché i pareri sono tanti e discordi. E allora che fare?

Con i miei quattro figli (3, 5, 14 e 17 anni) mi trovo di fronte a questa domanda incessantemente. Perché ci sono diversi modi di crescere ed educare queste anime che ci sono state affidate, e io ho scelto quello dell’ascolto vero, sincero e profondo. Ascolto del loro essere, del mio, delle varie possibilità che si presentano ricordandomi che ognuno è diverso e che c’è una scelta per ogni momento, e non una scelta giusta e una sbagliata a priori.

C’è anche chi cresce i figli seguendo il prontuario sociale e collettivo del giusto e dello sbagliato… ma io non ce l’ho mai fatta a seguirlo.

Dal primo figlio mi sono chiesta cosa volesse dire essere una buona madre e ho scoperto che non è l’essere perfetta e nemmeno l’essere come gli altri si aspettano io sia. La perfezione è un concetto errato che spinge a un confronto con un ideale inesistente e impedisce l’essere veramente se stessi, impedisce l’ascolto necessario per crescere insieme.

Così ho provato a mettermi in ascolto di me, dei bambini, della situazione da affrontare. Un ascolto vuoto, altrimenti non può essere vero ascolto; vuoto da ogni verità, da ogni certezza, vuoto da ogni concetto di giusto e sbagliato. E ho provato a rimanere lì senza fretta di decidere, aspettando un’intuizione di chiarezza sull’azione da farsi. Questa intuizione è sempre arrivata.

Non so se le mie scelte nei loro riguardi siano e siano state quelle giuste… ma ho già detto che non credo al giusto e allo sbagliato a priori. Sento di essere una buona madre quando ho fatto del mio meglio per ascoltare sinceramente e a fondo il momento con tutti i suoi elementi, raccogliendo tutte le informazioni possibili a tutti i livelli di cui posso essere consapevole, e aspettando la chiarezza per agire. Allora so che il risultato appartiene al flusso naturale della vita e lo accetto anche se a volte non è quello desiderato.

Lo scopo di un genitore comunque dovrebbe essere quello di aiutare il figlio ad accrescere in consapevolezza, fare in modo che si faccia quelle domande che lo spingano poi nel corso di tutta la vita a trovare se stesso. Cerco di spingere i miei figli all’autonomia in ogni direzione, ma prima di tutto cerco di passar loro la coscienza della responsabilità della propria libertà che va di pari passo alla consapevolezza di sé.

Quando i più grandi devono fare delle scelte, non le faccio io per loro ma li spingo all’ascolto profondo di sé, finché nasce chiarezza. Dico loro di considerare tutti gli elementi della situazione per poi ascoltarli nel corpo per un po’. Che significa questo? Ogni ipotesi di soluzione, ogni elemento della situazione da affrontare, se ascoltata nel corpo, provoca sensazioni, un sentire che, se ascoltato attentamente per un tempo sufficiente, porta la chiarezza dell’azione da compiere. Rifletto mentalmente ma ascolto dal cuore il sentire che ne deriva, senza giudizio; ripeto questo passaggio più e più volte finché nasce una soluzione che mi soddisfa. Questo passaggio è un processo di consapevolezza che stimola la conoscenza di sé.

Ogni evento difficile da affrontare, infatti, non è altro che il riflesso di un nostro aspetto interiore da portare in armonia. La matrice di questo evento è quindi proprio la frequenza percepita dentro di noi. Quella frequenza matrice ha terribilmente bisogno della nostra affettuosa attenzione e la richiede probabilmente da generazioni. Sì, perché quelle frequenze dolorose spesso si tramandano nelle generazioni finché non sono risolte, e non vengono risolte finché non si sentono profondamente amate.

Per amore intendo un’attenzione affettuosa particolare da offrire proprio a tutte le sensazioni di scompenso che proviamo nel corpo: paura, rabbia, insoddisfazione ecc. Questa attenzione affettuosa è la bacchetta magica che ci serve non solo per curare la sofferenza che proviamo da tutta la vita, ma anche per aver a che fare con i nostri figli.

L’attenzione… l’amorevole attenzione… non cerchiamo di afferrare questo concetto pensandolo, quanto piuttosto sentendolo nel cuore. Sì perché i nostri figli (con tutti i loro aspetti difficili) hanno bisogno della nostra attenzione affettuosa, che non ha niente a che vedere con il viziarli e proteggerli da tutto, ma con una particolare qualità dell’esserci.

Quell’amorevole attenzione è l’ascolto prezioso che passo passo porta al risveglio della consapevolezza che non esiste separazione alcuna tra noi e loro, ma che siamo Uno in quell’essere e basta che tutto È.

Spero che i miei figli colgano un giorno dietro tutta l’imperfezione che vedono in me anche il grande amore che ha motivato ogni mio passo nei loro confronti. Così colgo ora dietro tutta l’imperfezione che ho visto nei miei genitori anche il grande amore dietro ogni loro passo nei miei confronti.

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Carlotta Brucco

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21/11/17
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122. IL CIELO IN TERRA

C’è un’urgenza in questo momento storico, un’urgenza importante per tutti, il cui risultato dipende da tutti noi.

Affinché la quarta dimensione possa manifestarsi nel collettivo umano è necessario non aver paura, il che vuol dire letteralmente non farsi catturare da frequenze discordanti quali preoccupazione, rabbia ecc. Tutto attorno a noi sembra invece richiamare questo genere di reazioni; veniamo nutriti dai mass media, dalla cosiddetta informazione, con notizie che sembrano fatte apposta per generare in noi paura e rabbia. Perché? Perché c’è così tanto interesse nel “nutrire” il popolo umano con frequenze avvelenate?

E se fossero proprio le basse frequenze a impedire alla quarta dimensione di verificarsi nel collettivo? Se fosse così, quale strategia potremmo attuare?

Per intenderci, la quarta dimensione è quella del cuore, quella della consapevolezza che il senso del me è un’illusione, quella nella quale si scopre che l’amore vince ogni paura, quella del risveglio della forza del collettivo, nel senso “dell’Io sono Te”, quindi non faccio all’altro quello che non voglio sia fatto a me. Per intenderci la quarta dimensione è ciò che potremmo chiamare paradiso.

Il Sole, attraverso le particolari vibrazioni delle sue eruzioni, ha già recentemente portato il pianeta Terra in quarta dimensione, solo che il collettivo non potrà avvertirlo veramente finché non avrà raggiunto la massa critica, cioè un numero sufficiente di persone che abbiano generato in sé le frequenze della nuova dimensione.

Questo vuol dire prendere fiducia nell’apertura del cuore, nell’abbraccio a tutto ciò che c’è, nella sincerità, nella consapevolezza di non essere qualcuno o qualcosa ma di essere e basta.

Come si cambia una frequenza di paura?

Il modo più semplice e immediato è abbracciandola. Il che vuol dire offrire affettuosa attenzione alla frequenza stessa percepita nel corpo finché allenta la sua tensione. Altro metodo buono è bilanciare i pensieri generando l’opposto.

Per esempio se pensiamo “questo evento mi farà del male”, possiamo accorgerci di poter pensare contemporaneamente anche “questo evento sarà affrontato e risolto da me nel migliore dei modi”.

La consapevolezza di poter contemplare contemporaneamente i due pensieri opposti bilancerà le forze reattive di attrazione e repulsione, che per noi si traduce in pace. Teniamo gli opposti insieme nel cuore osservandoli semplicemente dalla stessa fonte neutrale.

Possiamo anche usare l’immagine che abbiamo di noi. Chiediamoci: “Come mi vedo in questa situazione?”, accogliamo qualunque cosa sorga e proviamo a trasformare quell’immagine in pienezza anche con l’aiuto del divino. La risultante sarà la trasformazione di una frequenza di mancanza in pienezza.

Questi sono solo esempi di metodi, ma ognuno può usare comunque quello che più preferisce anche in accordo al percorso e alle esperienze fatte: preghiera, mantra, meditazione… quello che funziona per voi.

Il punto è rimanere sempre in ascolto per essere consapevoli della sensazione, frequenza che si sente scorrere dentro e, se non è armonica, fare di tutto per trasformarla.

Questo lavoro ha un potere enorme non solo per noi ma per tutto il collettivo, perché ciò che scorre in noi scorre nel collettivo: siamo una cosa sola.

Ogni volta che generiamo pace, amore, apertura di cuore, perdono, riverseremo quelle frequenze in tutto il genere umano e questa è la cosa di cui c’è più bisogno in questo momento.

Quindi il gioco è: fermare la paura collettiva con l’amore, con la tenerezza, con l’abbraccio, con la consapevolezza di non essere quella stessa paura, ma accorgerci che semplicemente ci sta attraversando e che possiamo guardarla da fuori quindi offrirle affettuosa attenzione finché si trasforma in pace.

La vita legge le frequenze in noi, non gli eventi. Allora portiamo attenzione sulle sensazioni che ci attraversano, sganciandole dagli eventi che pensiamo le abbiano causate. Rimaniamo per un po’ con il nostro dolore, con la nostra paura, con la nostra tristezza, vedendo chiaramente che abbiamo il potere di scegliere che farne.

In questo momento è importantissimo nutrirci di frequenze elevate e coerenti, non importa quanto orribile ci sembri il mondo attuale, non importa!

Cerchiamo di portare attenzione non sulle nefandezze che si perpetuano ovunque, ma sulla visione di un mondo nuovo basato sulle leggi di amore e rispetto per tutti. Allora se lo sapremo vedere… così sarà. Tuttavia, per vederlo fuori (anche se il dentro e il fuori sono concetti errati), dobbiamo prima saperlo vedere in noi attraverso la trasformazione di ogni frequenza di mancanza in pienezza. Questa è la sfida, questo è il servizio prezioso per il mondo che ognuno di noi può offrire proprio ora, vivendo la propria vita quotidiana.

Porgere l’altra guancia vuol dire accorgersi di quanto l’amore e l’apertura di cuore vinca su tutto.

È ora di dimostrarlo in primo luogo a noi stessi perché questo è lo strumento che abbiamo per contribuire a portare il Cielo in Terra.

Carlotta Brucco

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11/10/17
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121. SOLO DIO RESTA

Perché cerchiamo tutta la vita di rendere felice una persona inesistente? Sì, proprio una persona che in realtà non esiste: quel “me” che crediamo di essere è una concezione errata della mente, un pensiero, un’immagine, una storia.

Eppure lo sentiamo forte; il senso di identità preme con tutte le sue emozioni che sembra l’unica cosa veramente reale. Strano pensare che non sia vero.

C’è da approfondire. A essere reale, infatti, è quella percezione di essere, di esistere, molto naturale che ognuno già percepisce sempre. Il problema nasce quando a questa consapevolezza naturale di “essere e basta” si attacca il pensiero di me, mio nome e cognome, mia storia con un passato e futuro, e ci si identifica profondamente con quel pensiero fino a non riconoscere più la spontanea realtà preesistente.

Il credere a questo pensiero di me come individuo separato da tutto, con una sua precisa storia nel tempo, è l’origine della sofferenza.

La felicità o ancor meglio la libertà non accade a quell’io illusorio, ma accade proprio quando l’identificazione si rilassa, cede, svanisce, si dissolve nella propria vera natura del Sé.

La mente ordinaria si ribella a questa presa di coscienza perché si sente svanire, anche se a sparire sarà solo un’illusione, un pensiero identificato, un’immagine.

Il punto quindi non è ottenere qualcosa, raggiungere una meta, l’illuminazione, ma lasciar cadere l’interesse per i pensieri errati di identificazione a un io inesistente, finché la consapevolezza di Sé, sempre presente, apparirà in tutto il suo splendore.

Cosa c’è prima che nasca il pensiero “io”? Il Sé, quell’essere e basta che tutto è, Dio.

Il pensiero di me e la sua storia vive nel tempo, vive di passato e di futuro, mentre nell’adesso c’è solo il Sé. Finché l’attenzione si sposterà dall’attimo ci sarà sempre un io illusorio. Quindi quello che cerchiamo è ora o non può essere mai. E nell’ora c’è quell’essere e basta, quella consapevolezza di essere tutti quell’essere e basta, tutti Uno.

Tutti Uno, tutti un solo Dio… il cui sapore è Amore.

Guardo i miei 4 figli… Se porto l’attenzione sulle loro storie, sulla mia, su quella del mondo con tutta la sua dolorosa impermanenza, nasce paura. Paura della sofferenza, paura di ciò che dovranno affrontare, paura delle ingiustizie di questo sistema, paura di tutto il dolore che l’essere umano prova nella sua fragilità… e dalla paura nasce il controllo, quell’irrigidimento che non mi fa più fluire e che mi sposta solo nel “voglio, non voglio” non permettendomi più di Vivere ora.

C’è una scelta allora a priori che compio. Sulla storia, sulle tante e diverse storie mie e altrui, e quindi sui pensieri, pensieri e pensieri, oppure scelgo di portare l’attenzione su quella percezione di essere e basta, quello spazio infinito d’amore prima di ogni pensiero nel quale sparisce ogni separazione.

Se lasciamo che l’attenzione sia dolcemente e affettuosamente attratta dall’essere e basta fino a essere Quello, vedremo chiaramente che c’è solo Dio, null’altro, solo il Sé, solo Amore e quel Dio vive tutte le nostre vite, solo Lui, solo Amore infinito e intelligente.

Non ci sono figli, non ci sono madri, padri, non ci sono persone né storie, solo Dio, solo il Sé che attraverso l’esperienza di tutti i ruoli arricchisce se stesso di manifestazione.

Allora guardo i miei figli e non vedo altro che Dio… quel Dio che sorride consapevole del suo gioco e che non ha bisogno di me. Allora lascio anche me svanire nel Sé.

Solo Dio resta. Tutti siamo solo Quello.

 

Carlotta Brucco

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5/09/17
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120. CHE COSA DESIDERIAMO VERAMENTE?

La maggior parte delle persone desidera soldi per una vita sempre più agiata, bellezza e/o ricchezza e/o cultura e/o spiritualità per risultare attraente, essere apprezzata, stimata, amata.

Pace, libertà, risveglio, illuminazione sono gli ennesimi desideri di un io che soffre perché non ha ottenuto quello che voleva.

L’inganno è il desiderare, l’aspettarsi dalla vita qualcosa di più di quello che c’è ora. Non c’è tanta differenza tra il desiderare l’illuminazione e il desiderare di diventare ricchi. Sono sempre storie create da quel personaggio che crediamo di essere, solo storie di fantasia prive di fondamentale realtà. Sì, il senso del “me” e la sua storia non può aver vita nell’adesso ma solo nel passato e nel futuro, quindi non realmente esistente.

Solo quando si inizia a intravedere che il pensiero “io” è solo una storia di fantasia priva di fondamentale realtà, è possibile che la vita prenda il sopravvento.

Vita significa tutto quello che accade ora senza di me, quel me che crede di essere separato da ogni essere e cosa. Vita è l’adesso che è l’unica nostra identità.

Non è una condizione nichilistica piuttosto è la pienezza dell’essere, dell’essere e basta, quell’essere senza confini che diviene contenitore di tutto quello che c’è ora.

Quindi finché la consapevolezza dell’inesistenza dell’io non si desta, non sarà possibile vivere veramente. Nessuna illuminazione: solo vita. Nessuna esperienza difficile da ottenere, non si ottiene niente proprio perché non c’è nessuno che deve ottenere nulla. C’è solo vita. Ma l’io non è disposto a lasciar spazio a ciò che c’è ora e basta. L’io ha bisogno delle sue storie che dirottano l’attenzione sul passato e sul futuro quindi sull’illusione.

Indagare questo io. Chi sono io? Ma sebbene sia un’indagine che parte dalla mente e la si inizia pensando perché è l’unica cosa che si sa fare, a un certo punto si andrà oltre la “mente che mente” e apparirà spontaneo quello che è sempre stato.

Chi sono io se smetto di pensarmi? Chi sono io se non mi cerco più? Che ne è della mia storia se non la penso più?

Si percepisce un implicito dovere a pensarsi ancora e ancora, quasi un obbligo dettato da un’antica memoria della specie. Devo portare costante attenzione sulla mia persona e la sua storia perché se non lo faccio non sopravvivo? Non è così. Liberiamoci da questo falso e illusorio obbligo di occuparsi del senso de me… la vita accade lo stesso e meglio. Non pensare all’io e alla sua storia non vuol dire non fare più nulla, non assolvere agli impegni quotidiani. Anzi la vita accadrà con chiarezza, presenza, bellezza in tutta la praticità delle nostre attività.

Non pensare al senso del me e alla sua storia non significa pensare ad altro, ma essere attenzione pura all’essere e basta che contiene tutto ciò che c’è qui e ora.

Sembra complicato ma è la cosa più semplice che possiamo fare.

E se non fossi il mio nome e il mio cognome, ma l’attimo che accade ora? E se il passato e il futuro avessero valenza di un sogno di una notte? E se quello che crediamo essere la nostra storia fosse reale quanto il film che abbiamo visto ieri al cinema?

Iniziamo così. A mettere in dubbio l’io e la sua storia. Guardiamo la nostra storia dal di fuori, come se non ci appartenesse, come non ci fosse mai appartenuta; guardiamola con tenerezza. Un istante di tenerezza. Solo un istante.

Guardiamo teneramente a quell’io che vuole amore, potere, fama, ricchezza, bellezza come a un semplice personaggio di una storia inventata. Diamoci almeno questa possibilità. E se fosse così? Lasciamo almeno aperta questa possibilità. Permettiamo al sistema pensiero-io di vacillare un istante per permettere alla nostra vera natura di fare breccia. Questo è un processo naturale, la vita è naturale, spontanea. Lasciamo che sia.

Dal 12 al 19 agosto terrò un ritiro in Umbria in un bellissimo ashram/agriturismo immerso nella natura per condividere con chi lo desidera la bellezza di ciò siamo veramente.

Chi fosse interessato scriva a: m.galandrini@neom.it

Buone vacanze a tutti!

Carlotta Brucco

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13/07/17
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119. ABBRACCIARE GLI OPPOSTI

Se voglio essere una brava madre proverò attaccamento per l’immagine ideale di me come brava madre, ma contemporaneamente a ciò proverò repulsione per l’immagine di me come cattiva madre. Questo movimento di attrazione e repulsione tra immagini, pensieri, concetti condizionati opposti origina sofferenza. Vogliamo una cosa e rifiutiamo quella contraria.

Questa storia che ci siamo creati di voglio e non voglio origina conflitto e dolore, ma soprattutto non permette alla vera natura di ciò che siamo di manifestarsi. Finché lotteremo tra gli opposti vedremo solamente l’io che crediamo di essere identificandoci con la sua storia passata e futura.

Come si fa a fermare questa corsa impazzita che non va da nessuna parte? Un modo utile per uscire da attrazione e repulsione è imparare ad abbracciare gli opposti.

Prendete un’immagine di voi che volete preservare o ottenere. Per esempio l’immagine di voi competente nel vostro campo o l’immagine di voi idealmente perfetta da tutti i punti di vista. Questa immagine di perfezione vi piacerà particolarmente e la desidererete fortemente. Contemporaneamente questo implica il rifiuto dell’immagine di voi limitata.

Due immagini: quella della nostra perfezione e quella delle nostre limitazioni. Voglio l’una, non voglio l’altra. La credenza dentro di noi è che usciremo dalla sofferenza quando realizzeremo l’immagine che desideriamo. Ci diamo da fare così tutta la vita per divenire l’immagine ideale e per scappare da quella che non ci piace, costruendo in questo modo passo passo la nostra gabbia.

La porta della liberazione si trova invece nel mezzo dei due opposti, là dove il due si riscopre uno. Per tornare a casa dovremo quindi iniziare ad abbracciare allo stesso modo sia l’immagine che desideriamo sia quella che vogliamo evitare.

Proviamo a guardare da fuori le due immagini di noi opposte in modo neutrale, come se chi le sta guardando non avesse storia, non fosse una persona ma solo sguardo affettuoso. Proviamo a voler bene a queste due immagini dando amorevole attenzione a entrambe. Lasciamo che questa affettuosa attenzione sia un fuoco che brucia ogni attrazione e repulsione.

Forse per un istante potrete già da subito percepire una specie di riposo dalla lotta che porta una grande pace.

Nostro dovere non è combattere tra il voglio e non voglio, ma aprire la porta che sta in mezzo e questo accade quando si abbraccia entrambi allo stesso modo.

Provare tenerezza per gli opposti non significa non agire più, anzi lo si farà con maggior chiarezza, ma non con il fine di trovare una felicità inesistente. La mia azione non sarà più motivata dal voler sostenere un’immagine e scappare dall’altra, ma dall’accogliere il fluire della vita di questo momento. L’azione sarà motivata da una spontaneità chiara e consapevole che avrà il sapore di una danza con il tutto.

Fuori da attrazione e repulsione si percepirà quella pace imperturbabile che non dipende dagli accadimenti ma dal prendere dimora al centro del ciclone. Da quel centro tutto diverrà mano a mano più chiaro: il riconoscimento dell’illusorietà del senso del me maturerà come un fiore in primavera e quindi fiorirà la consapevolezza di essere non qualcuno o qualcosa, ma di essere e basta.

Allora questo istante sarà il nostro intero essere, ci sarà solo il toccare, il gustare, il guardare qui e ora. Questo essere e basta senza storia, senza passato e futuro conterrà l’uccellino che in questo momento canta, il rumore dell’auto che in questo momento passa, il profumo della rosa che in questo momento profuma, la puzza di immondizia del camion della nettezza urbana che in questo momento si ferma davanti a casa… e tutto sarà perfetto così com’è.

Tutto è già perfetto così com’è, ma solo nell’attimo… non in quella storia di attrazione e repulsione che ha come attore principale qualcuno che porta quello che crediamo sia il nostro nome e cognome.

Iniziamo a far silenzio veramente finché si manifesterà la nostra vera natura: quel silenzioso, amorevole essere e basta nel quale accadono tutte le storie dell’universo. Gustiamoci ogni film…

Carlotta Brucco

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14/06/17
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118. CHI AIUTA CHI?

La persona che più ci fa del male è quell’io che pensiamo di essere.

Da tutta la vita difendiamo quel personaggio che chiamiamo con il nostro nome e cognome… quel senso del me con il quale ci identifichiamo totalmente. Crediamo che sia tutto nelle sue mani e che abbia il potere di essere libero e felice.

Questa persona ha una storia, quella che appunto sentiamo nostra, e utilizza, in genere, due tipi di atteggiamenti interiori: attrazione e repulsione. Si attacca a ciò che desidera e respinge ciò che non vuole.  Queste due forze originano tutta la sofferenza che avvertiamo.

Cerchiamo, da quando siamo nati, di rendere felice questo io che crediamo di essere, attraverso strade di ogni tipo, dandogli tutto ciò pensiamo abbia bisogno. Ci arrabbiamo se qualcuno lo denigra e siamo entusiasti quando viene premiato e amato. Anzi, da tutta la vita, quasi tutto quello che facciamo ha il fine di rendere questa persona stimata, ben voluta, apprezzata da ogni punto di vista.

Il nostro unico interesse è renderla felice. A volte ci sembra di riuscirci, ma manca sempre qualcosa e, anche quando per un istante crediamo di aver raggiunto il nostro desiderio, non dura… è impermanente.

Dobbiamo seriamente avere il coraggio di chiederci una cosa: e se non fosse possibile rendere felice questa persona?

Ma chi è veramente costui o costei che porta il nostro nome? Siamo sicuri di essere proprio quel personaggio, quel senso del me con il quale siamo tanto identificati? Siamo sicuri che sia realmente esistente?

E se non esistesse? E se fosse solo un pensiero?

Cosa accadrebbe se non lo pensassimo più, se scegliessimo di non avere più pensieri legati a quello che chiamiamo “io”, a quel nome e cognome e a tutta la sua storia?

Chi di voi accetterebbe di non avere più pensieri legati a ciò che crede essere la propria identità?

La mente non avrebbe più di che pensare visto che si pensa quasi esclusivamente a preservare questo personaggio; che incredibile silenzio, eh?!

Probabilmente quasi nessuno accetterebbe di non pensarsi più, ma forse molti di voi accetterebbero di farlo solo per qualche istante. Già sarebbe tanto…

E se ciò che abbiamo sempre cercato, cioè la felicità, la libertà da ogni sofferenza, accadesse proprio nel momento in cui ci ricordassimo che non siamo quell’io e la sua storia?

E se la felicità fosse lo stato naturale che può essere colto solo smettendo di credere all’esistenza del personaggio limitato?

E allora… se non sono il mio nome e cognome… chi sono?

Proviamo solo per un istante a lasciar andare ciò che pensiamo di essere, per concederci quella libertà naturale di essere e basta.

Permettiamoci per un istante la possibilità di essere e basta, senza essere qualcuno. Respiriamo quell’istante di pace imperturbabile… sarà comunque il miglior riposo che possiamo concederci…

Lì, in quell’attimo senza tempo, c’é la consapevolezza che tutto è essere e basta, che siamo tutti quell’essere e basta, quindi che siamo tutti uno.

E se siamo tutti uno è possibile che il nostro personaggio illusorio, il nostro io, possa aiutare il personaggio illusorio di qualcun altro?

Carlotta 15 mag 2017

Chi aiuta chi?

Spesso dietro il voler essere bravi e buoni, il voler aiutare qualcuno, nasce un grande inganno che ci tiene ancor più legati e identificati al personaggio origine di tutta la nostra sofferenza.

Non voglio dire che non vada bene cercare di essere di aiuto agli altri, anzi… ma di farlo partendo dalla consapevolezza che non c’è nessuno che aiuta nessuno ma solo forze d’amore in movimento che appartengono allo stesso Essere infinito e consapevole.

Rilassiamoci nel Sé per quanto più ci è possibile lasciando accadere, attraverso ogni nostra azione interiore ed esteriore, quel movimento consapevole dell’essere che sa trasformare ogni dolore in amore.

 

Carlotta Brucco

Spirito Fisica Brucco Telesca

 

 

16/05/17
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117. IL RISVEGLIO DEL TENERO SGUARDO

Mio figlio Elia di quattro anni e mezzo stamattina mi ha chiesto cos’è la Pasqua.

Gli ho risposto che questa festa è per ricordare che l’amore vince la morte.

Gli ho raccontato che Gesù, anche se aveva sempre e solo fatto del bene a tutti è stato tradito, umiliato, torturato e ucciso, ma lui ha continuato ad amare, e anche nel suo momento di massimo dolore è riuscito a dire: “Perdonali perché non sanno quello che fanno”. La forza del suo infinito amore gli ha permesso di risuscitare, cioè di vincere la morte.

Un uomo come lui avrebbe molto probabilmente avuto il potere di sottrarsi a quelle torture, a quella morte, ma non l’ha fatto proprio per dimostrare che è possibile essere più forti di tutto il dolore del mondo. La forza di cui parla però non appartiene al potere di essere qualcuno o qualcosa, di essere i migliori, i vincenti, ma appartiene al potere di essere amore.

Gesù ha aperto una via interiore per noi; passando attraverso quella esperienza, trasformando il dolore in amore, ha riversato nel collettivo umano quel processo interiore rendendolo disponibile a tutti.

Questo vuol dire che, anche vivendo esperienze difficilissime come il tradimento, la tortura, l’uccisione, noi come lui possiamo essere in grado di trasformare quel dolore in amore: ha aperto una via, un processo interiore per noi che possiamo percorrere semplicemente riconoscendo e accettando questa possibilità. Ci ha reso visibile e quindi attuabile una nuova possibilità di realtà.

La maggior parte di noi vive senza essere consapevole della propria immortalità: si considera uomo o donna con una storia ben definita, con un inizio e una fine. Questa visione limitata condiziona tutta la nostra vita portandoci a dare importanza a cosa non ce l’ha.

Il non vedere poi che non siamo persone distinte ma un unico Essere infinito e intelligente porta a tutta la sofferenza dell’umanità.

Tuttavia Gesù ha aperto una possibilità di felicità per tutti, qualunque sia il livello di consapevolezza: attraverso l’amore tutto ritorna a Casa, attraverso l’amore la consolazione accade ora e, passo dopo passo, risveglia anche la consapevolezza dell’Uno.

Amore però non è sentimentalismo ma un modo di guardare a tutto indistintamente. Amore è un tipo di sguardo dell’essere che come un sole porta tenerezza a tutto ciò che tocca.

Amore vince la morte se noi riusciamo a guardare la morte con tenerezza. Amore vince il dolore se riusciamo a guardare il dolore con tenerezza. Amore vince il tradimento se riusciamo a guardare il tradimento con tenerezza.

Il problema è che la maggior parte di noi si fa portavoce di una giustizia che non esiste credendo che non sia giusto portare amore al dolore.

Quello che dobbiamo comprendere per uscire da questo sistema di boicottaggio attuato da un falso senso di giustizia è cercare di slegarsi da ciò che crediamo l’oggetto del nostro dolore.

Se qualcuno ci tradisce sentiamo male dentro, una sensazione fisica di malessere ben distinta e localizzata. Ecco, smettiamo di portare attenzione a chi crediamo ci abbia fatto del male e cerchiamo invece di ascoltare quella sensazione percepita nel corpo abbracciandola. Iniziamo a guardare teneramente le sensazioni di dolore che proviamo, lasciando perdere chi crediamo sia la causa di esse.

Se percepiamo una sensazione di paura nella pancia, mettiamo le mani su quel punto e cerchiamo di guardare con tenerezza quella sensazione, proviamo ad abbracciarla, ad accarezzarla.

Sono le nostre sensazioni ad aver bisogno del nostro tenero sguardo, del nostro abbraccio. E ricordiamoci sempre che quelle sensazioni/frequenze sono le matrici di quello che viviamo come “mondo là fuori”. Quindi se vogliamo che il nostro amore arrivi anche “là fuori” dobbiamo imparare ad abbracciare le nostre sensazioni/frequenze di dolore. Il nostro tenero sguardo avrà il potere di mutare le nostre frequenze di dolore in amore.

L’altra sera, quando stavo mettendo a letto i bambini, Elia mi ha confidato che aveva paura dei mostri. Gli ho detto: “Stai scegliendo di aver paura, scegli altro”.

“Sì mamma, è vero!” ha urlato stupito. “La stavo scegliendo io… Non ho più paura!”

Scegliamo altro, possiamo ora, proprio ora, scegliere il modo con cui guardare a tutto; scegliamo uno sguardo di tenerezza anziché di paura, di rabbia, di rigidità… e ogni dolore sarà trasformato in amore.

Buon Pasqua di cuore a tutti voi!

Carlotta Brucco

 

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14/04/17
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116. LO SPIRITO DELLA FISICA

Sono molto felice di presentarvi il mio nuovo libro appena uscito: Lo Spirito della Fisica – Dialoghi sul Momento Presente, ed. Anima. È scritto sotto forma di dialogo tra me e l’altro autore, Riccardo Telesca, esperto di fisica quantistica. Le due prefazioni sono degli splendidi Erica F. Poli e Francesco Albanese; entrambi hanno saputo cogliere il cuore del testo e ad entrambi sono veramente grata.

Vi racconterò come è nato questo libro perché ha il sapore del magico.

Dovete sapere che sono sempre stata interessata alla fisica quantistica, ma per un motivo o per l’altro non ero mai riuscita ad approfondire l’argomento. Non nascondo anche il fatto che spesso è presentato in modo piuttosto complicato e io non amo quel particolare tipo di linguaggio.

Nei miei dialoghi con l’Infinito, quindi, avevo sempre manifestato questo interesse comunicandoGli apertamente il mio anelito ad approfondire la fisica dei quanti per vedere in che modo potesse avere dei punti in comune con la saggezza antica. Avevo infatti conosciuto l’essenza di tante tradizioni spirituali vedendo chiaramente il loro cuore comune, ma mi mancava la conoscenza della visione scientifica odierna. Se anch’essa avesse detto le stesse cose il quadro sarebbe stato completo. Io, tuttavia, non stavo cercando la classica versione della fisica accademica che sembra essere sempre un po’ datata, ma una aggiornata alle ultimissime scoperte. Sapevo che prima o poi il grande Uno avrebbe trovato un modo adatto a me per permettermi di acquisire consapevolezza in tale campo.

Un giorno mi scrisse un certo Riccardo Telesca chiedendomi se fossi disponibile a un’intervista per il suo blog di fisica quantistica; sarebbe stato un dialogo tra me e lui.

Quel post fu molto seguito, per cui Riccardo mi propose di continuare a scrivere e vedere cosa sarebbe venuto fuori. Io accettai con piacere perché sentivo che la risposta al mio desiderio stava prendendo forma. E passo passo nacque Lo Spirito della Fisica.

Il Grande Padre, tra tutte le persone sulla Terra che avrebbero potuto spiegarmi la fisica dei quanti, mi mandò lui, Riccardo, un essere speciale che non solo conosce perfettamente l’argomento ma che ne ha oltremodo fatto esperienza su di sé. Mi accorsi così, scrivendo questo libro, che potevo percepire l’essenza della fisica quantistica non solo con la mente ma anche e soprattutto con il cuore, con l’anima, con tutto il mio essere.

Ho fatto a Riccardo tantissime domande su ogni piccola sfaccettatura del cammino spirituale, pregandolo di tradurmele nel linguaggio della fisica, e ho scoperto che… scienza e spiritualità dicono esattamente la stessa cosa. Questo è meraviglioso!

Non più guerre per la verità, le chiavi dell’esistenza possono avere colore diverso ma sono le stesse! Inizia così la nuova era: siamo tutti Uno e l’amore è la misura che dobbiamo imparare per ritornare a Casa.

Questo libro è quindi una storia d’amore che è la storia di ognuno di noi, un amore che non è sentimentalismo ma quella giusta distanza da tutto, che ha il sapore della compassione.

Leggendo passo passo, senza fretta, permettendo che i concetti si rivelino come intuizioni dell’anima più che della mente, potrete essere guidati in una vera e propria meditazione che dura fino alla fine del libro. Dove la mente non arriva al concetto nell’immediato, non c’è infatti da disperare; proprio rimanendo lì in contemplazione, la consapevolezza di sé viene gradualmente risvegliata.

Il Grande Amore ha risposto al mio desiderio di vedere e sperimentare l’unione tra scienza e spiritualità e l’ha fatto in un modo che mi ha pienamente soddisfatto.

Grazie, ancora una volta grazie all’Essere che tutto È, all’Uno Intelligente, vera natura di ognuno di noi che ci conosce meglio di noi stessi poiché più vero e reale di quel noi stessi che crediamo erroneamente di essere.

A tutti voi che leggerete Lo Spirito della Fisica auguro di saper vedere al di là delle parole e di specchiarvi nel vostro vero volto felice.

Carlotta Brucco

Spirito Fisica Brucco Telesca

 

21/03/17
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115. IL SÉ

Ogni problema che pensiamo di avere è dato dal credere a una storia: la storia del me, del nostro personaggio, di ciò che crediamo di essere.

La nostra identità è legata a un nome e cognome e alla sua storia. Ma cosa accadrebbe se non ci pensassimo più? Cosa accadrebbe se non portassimo più l’attenzione su di noi, sul nostro passato e sul futuro? Ci saremmo ancora? Chi rimarrebbe?

Rimarrebbe un senso di essere, molto semplice e naturale, ma libero da ogni sofferenza. Rimarrebbe non qualcuno ma l’essere, l’Io Sono. È solo lì che la libertà accade. Ma questo “essere e basta” inizialmente ci spaventa perché svanisce l’identificazione con il personaggio che crediamo di essere, il che vuol dire che ci sentiamo sparire, allora ci irrigidiamo ancora e riprendiamo l’identificazione con il senso del me.

Finché portiamo attenzione al senso del me e alla sua storia non riusciremo a portare attenzione “all’essere e basta”.

La questione quindi è un mollare, non un ottenere; un lasciare la presa della propria identità finché si sveglia naturalmente la coscienza “dell’essere e basta”.

Ognuno di noi in questo momento percepisce già il Sé; il problema è che ci aggiunge un me, aggiunge quindi una storia, una identità separata da tutto, che chiama “io”, un passato, un futuro. Questa aggiunta del me all’essere crea la sofferenza della separazione e quindi una storia e tutti i problemi connessi.

Non è l’io che percepisce “l’essere e basta” perché questo “essere e basta” percepisce se stesso. Tuttavia, quando “all’essere e basta” si aggiunge il senso del me, nasce un sogno, un’illusione, una storia, il samsara, la ruota delle continue rinascite nella sofferenza.

Molti di voi pensano che il Sé sia qualcosa di speciale, fuochi di artificio di euforia o qualche sorta di immagine ideale di felicità, ma non è così; è lo stato più semplice e naturale che ci sia.

La coscienza del Sé non si risveglia con lo sforzo, con la fatica, con il pensiero ma solo con l’abbraccio a tutto quello che c’è ora. Sì, perché questo abbraccio permetterà di uscire dalle forze di attrazione e repulsione che mantengono e perpetuano l’identificazione con il personaggio. Abbracciando ogni immagine che ci sorge nella mente, che ci piaccia o meno, rilassiamo l’identificazione e questo permette l’emergere della coscienza del Sé.

Abbracciare ogni istante non vuol dire non agire, ma significa imparare a non reagire con attrazione e repulsione. Agirò ugualmente ma le mie azioni non saranno spinte da attrazione e repulsione. Dimorando nell’abbraccio a ogni istante permetterò al Sé di agire attraverso il personaggio che sarà usato solo come mezzo per stare a questo mondo, senza più identificazione.

Il Sé è uno stato naturale, semplice e spontaneo ma occorre accettare la disidentificazione dal senso del me per risvegliarne la consapevolezza.

Non tutti accettano di riconoscere l’illusorietà della propria storia personale. Ancora si vuole far vincere il me, ancora si vuole essere felici, potenti, amati, ancora si vuole che il proprio personaggio sia il migliore. Ma nessun io sarà mai libero e felice. È una battaglia persa in partenza semplicemente perché quell’io non esiste.

Possiamo però essere già da ora la felicità, la libertà, l’amore.

Pochi, tuttavia, accettano di “essere e basta” perché all’inizio la disidentificazione da tutto ciò che si crede di essere porta in un senso di smarrimento che intimorisce l’io. Solo chi avrà il coraggio di perdersi si ritroverà veramente.

Non c’è niente da ottenere, nulla da raggiungere, c’è solo un abbraccio continuo e totale a tutto quello che c’è; questo permette un rilassamento sempre più grande dove il senso del me illusorio pian piano svanisce come un sogno per ritrovarsi nell’essere uno con tutto e tutti.

Quello che occorre è quindi lasciarsi abbracciare da quel senso di “essere e basta” che ognuno già può sperimentare ora e non essere più interessati al senso del me e alla sua storia.

Sembra incredibile ma è il solo modo per essere gigli del campo e permettere alla vita di occuparsi di tutto.

Per vivere e per risolvere i problemi non abbiamo bisogno del senso del me, ma di dimorare nella nostra vera natura, il Sé. Allora, appunto, tutto… accadrà da Sé.

Carlotta Brucco

I Cinque Abbracci Carlotta Brucco

 

 

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20/02/17
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