Navigando nelle infinite possibilità dell'essere

Ritratto di Tycho Atsma (@tychoa) da Unsplash

199. Voglio, voglio, voglio.

Ritratto di Tycho Atsma (@tychoa) da Unsplash
Ritratto di Tycho Atsma (@tychoa) da Unsplash

Crediamo di soffrire per quello che non abbiamo. Che sia amore, stima, salute, successo

Invece la sofferenza è creata da tutti i voglio della nostra vita.

Crediamo di essere qua per ottenere la felicità, come se accadesse quando i nostri voglio vengono realizzati. Ma non sarà mai. Su questo pianeta esiste limpermanenza. Non è dato che la felicità accada in questo modo. 

Quindi non soffriamo perché non siamo amati ma perché vogliamo essere amati. 

Non soffriamo perché siamo malati ma perché vogliamo essere sani.

Non soffriamo perché non siamo stimati ma perché vogliamo essere stimati.

Non soffriamo perché non siamo ricchi ma perché vogliamo esserlo. 

Non soffriamo perché abbiamo perso ma perché vogliamo vincere. 

Quando si comprende a fondo e quindi non solo razionalmente la causa della sofferenza è facile non crearla. Come?

Lasciando andare tutti i voglio. O meglio, accorgersi che tutti i voglio poggiano sul vuoto, così cadono da soli.

Facciamo una prova.

Per un minuto provate ad immaginare la vostra vita, così come è ora, ma senza alcun voglio. Per un minuto non potete più pensare voglio. Liberate la vostra vita dal voglio per poco tempo.

Se non c’è più il voglio è come se ci fosse già tutto, no?

Se osservate bene quella pienezza naturale è come un fuoco che non brucia, vivo, solare.

Ma se non c’è il voglio, c’è ancora spinta allazione?

Certo che c’è, solo che non viene dallego, non nasce più dal reame della separazione. Si viene mossi da una forza che non è quella egoica. Ma da una grande forza intelligente. Che è poi la nostra vera natura. Lio sono.

Costruiamo la vita sui voglio/non voglio senza accorgerci che tutta la sofferenza nasce proprio da questo. Finché non si mollano i voglio, tuttavia, non si riesce a vedere cosa c’è sotto. Basta che si apra anche solo un piccolo varco per intravedere quella forza intelligente e sentirne il suo sapore per constatare che non c’è paragone con alcuna altra cosa.

La felicità che cerchiamo e che è molto più vasta di quella che possiamo immaginare, c’è già, è già presente in questo momento, solo che ci sono nuvole che la coprono. Queste nuvole sono i voglio che definiscono chi siamo e chi non siamo, creando sofferenza. Finché ci cerchiamo in qualcuno o in qualcosa, infatti, creeremo sofferenza perché linfinito non può essere rinchiuso in una forma. Premerà per tornare infinito e questo causa dolore.

I voglio creano forme, identità,  entro le quali rinchiudere linfinito che siamo, per cui sarà sempre doloroso. Il paradosso è che anche i voglio sono infinito, increspature di infinito. Il gioco è quindi lasciar che tutto torni a Casa. Lasciar andare, non è un raggiungere, un ottenere. Quel qualcuno che vuole raggiungere la felicità è solo una forma illusoria che crea lesperienza della separazione. Quello che chiamiamo mesta in piedi con i voglio/non voglio.

Quando si molla il voglio sembra sorgere una sensazione di dissolvimento e sorge paura. Invece si sta aprendo la porta per riconoscere ciò che siamo veramente. Lasciando essere quella iniziale sensazione di smarrimento si potrà osservare che passa velocemente per lasciar spazio alla vera natura di tutto.

Non esiste altro che infinita intelligenza dal sapore di amore.

Carlotta Brucco

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