
Cosa sono gli eventi che crediamo di vivere?
Molte persone credono di vedere la realtà ma invece stanno vedendo solo la loro storia ripetuta.
Quella che chiamiamo realtà è formata da un vissuto, da ciò che proviamo, dalle sensazioni, dalle emozioni, dal nostro modo di guardare noi stessi, gli altri, il mondo.
E il nostro modo di guardare e quindi di sentire la vita da che cosa è determinato?
Dalle storie che ci raccontiamo. Soprattutto quelle che sembrano talmente tanto vere che non le riconosciamo più come storie.
Come parliamo a noi stessi?
Qualcuno dirà per un evento: “La vita mi toglie”. Ma per lo stesso evento qualcun altro penserà: “La vita mi sta trasformando, mi fido di lei”.
Figli del passato…
Ci raccontiamo le storie che si sono raccontati i nostri genitori, i nostri avi, il contesto sociale in cui viviamo. Quelle storie sono dei codici di programmazione. Determinano il nostro vissuto, la frequenza con la quale attraversiamo l’esperienza, e la frequenza cambia il modo in cui la realtà risponde.
La mente interpreta in continuazione il mondo attraverso le credenze e ogni interpretazione crea una configurazione energetica.
Se mi racconto: “Non sono abbastanza”, il corpo entra in contrazione, la sensazione è dolorosa.
Se mi dico: “Devo difendermi”, il sistema nervoso vivrà come in guerra.
Se penso: “La vita è contro di me”, qualsiasi evento verrà percepito come minaccia.
La realtà esterna tende ad organizzarsi attorno alla struttura narrativa interna.
Ma il punto non è raccontarsi storie positive per sostituire il dolore con una frase motivazionale.
L’alchimia non nega la ferita ma trasforma il modo in cui viene letta.
Per esempio, non occorre negare la sofferenza e dire: “non sto soffrendo”, ma magari qualcosa come: “questa sofferenza mi sta mostrando cosa sto trattenendo”.
Possiamo anche non dire: “va tutto bene”, ma “sono lo spazio che accoglie questo dolore”.
La coscienza smette così di identificarsi con la prigione narrativa e inizia a creare spazio. Per poter cambiare storia occorre creare spazio, o meglio, ricordarsi di esserlo.
Ogni dolore desidera spazio per muoversi così da poter ritrovare la sua forma armonica. E quello spazio siamo noi. Non il dolore ma lo spazio che offriamo al dolore.
Una nuova storia non crea solo nuove emozioni ma nuove possibilità percettive.
Quando la storia cambia, improvvisamente il mondo sembra diverso proprio perché la coscienza non sta più guardando attraverso la stessa ferita.
La vera guarigione arriva quando smetti di raccontarti di essere la vittima della tua vita e inizi a riconoscerti come un viaggio dell’esperire. Siamo un movimento del Creatore… Ogni viaggio è unico.
Allora la storia non è più una gabbia ma diventa un movimento che muta in continuazione. La storia ha bisogno di muoversi. Quando è congelata si ferma, fa male. La fiaba deve andare avanti.
A questo punto anche la domanda cambia.
Non più “questa è la storia che mi è accaduta”’ ma “quale frequenza vuole giungere a coscienza attraverso la storia che scelgo di raccontare”.
La storia, quindi, non è più una vecchia fiaba del passato ma una che viene dal futuro. E in un tempo circolare piuttosto che lineare, il futuro è una coscienza più densa di luce.
Non ripeto più storie che ricordo ma ascolto nuove fiabe che chiedo con tutto il cuore a quella parte di me infinita che è già, qui, ora. Chiedo e attendo. Attendo come un bambino attende Babbo Natale; certo che verrà.
Chiedo al me futuro una nuova fiaba. Chiedo e attendo che nasca in me.
Alzo lo sguardo al cielo e ascolto la nuova storia. La sento, la vedo, la vivo.
Ed ecco qua: non più figli del passato, ma figli del futuro.
Carlotta Brucco
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